L’Anabasi del generale dopo l’Afghanistan tra storia e guerriglia
Finita la missione, Giorgio Battisti racconta in prima persona speranze e difficoltà di una nazione in guerra da sempre
Non è l’Anabasi di Senofonte nè vuole imitarne il tono. Ma il libro del generale Giorgio Battisti, modenese d’adozione da trent’anni e spesso impegnato in missioni militari all’estero, ricorda per alcuni versi le battaglie del generale greco che 2500 anni fa si addentrò nell’impero persiano.
Il paragone finisce qui perché la “Storia militare dell’Afghanistan” (Mursia, 282 pagine, 19 euro) scritto assieme alla giornalista Federica Saini Fasanotti non è il consueto resoconto delle operazioni militari confezionato a uso dei contemporanei. Battisti, che è stato il primo comandante della spedizione italiana in Afghanistan e anche l’ultimo che ha riportato a casa il nostro contingente, è stato perciò un osservatore privilegiato.
E spesso malvisto, perché significava dare un calcio a un alveare di vespe inferocite, come purtroppo i fatti di questi anni ci hanno insegnato. Quando ancora l’opinione pubblica mondiale, sotto shock per la distruzione delle Torri Gemelle a New York, faceva poca differenza tra il peace keeping e il peace enforcing, Battisti sapeva che i nostri militari dovevano affiancare con le armi in pugno i marines americani nelle valli dell’Afghanistan. In Italia tutto questo era, ed è ancora, un tabù. Oggi pochi riescono a valutare il gigantesco sforzo organizzativo, militare, multidisciplianare e multiculturale necessario per portare una parte dell’esercito italiano dall’altra parte del mondo, in un contesto fatto di agguati quotidiani, e riportare a casa quasi tutti senza reducismi da vittoria mancata.
Di tutto questo c’è l’eco ragionata nel libro del generale. La prima parte è quella più storica e va dall’Impero dei Durrami, al crocevia dei commerci del mondo antico tra Indo, Cina e Mediterraneo e gli intrighi dell’800, quando l’Afghanistan fu conteso tra l’impero inglese e quello russo per il controllo dell’India. Nella seconda si affrontano cronache e problemi dell’ultimo secolo e dell’ultimo trentennio, quando l’antica terra dei pastori nomadi è diventata strategicamente importante per le rotte del petrolio e delle guerre tra le varie fazioni islamiche che oggi reclamano la leadership su un miliardo di persone. Il libro non prescinde dalla cronaca ma non se ne fa neppure risucchiare, spiegando al grande pubblico le forze in campo, le ragioni dei contendenti, i rischi di ogni opzione dal punto di vista geopolitico, con quella concretezza militare per la quale un’operazione all’estero dev’essere sempre essere un rischio ben calcolato. Non è un caso che la prefazione sia firmata dal generale dei marines John Rutheford Allen, già comandante Nato e delle forze Usa in Afghanistan, oggi consulente di Obama sull’affare Isis. «La comprensione di questo capitolo recente - scrive - del conflitto moderno afghano, incluse le sue dinamiche politiche e le sfide alla sicurezza, può risultare sconcertante. Siamo fortunati che un grande soldato e una grande storica abbiano unito le forze per garantire la memoria storica di tale periodo».
Saverio Cioce
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