“Suzannah”, tutta una vita in scena
Thea Dellavalle dirige l’opera di Ibsen che racconta della moglie
MODENA. Questa sera e domani, alle 21, va in scena al Teatro delle Passioni "Suzannah", tratto dal racconto omonimo Jon Fosse (ancora inedito in Italia), e diretto da Thea Dellavalle. Già assistente negli ultimi due anni di Marco Plini, Andrea De Rosa e Pascal Rambert, Thea Dellavalle si confronta con un testo ancora inedito in Italia, che ritrae Suzannah Thoresen, la moglie del celeberrimo drammaturgo norvegese Henrik Ibsen. In scena Bruna Rossi, Irene Petris, Barbara Mazzi, tre donne, tre momenti diversi della vita della stessa persona che nella finzione drammaturgica si confondono e si sovrappongono.
Thea Dellavalle, in scena ci sono tre donne, ma in realtà sono la stessa persona?
«Sì, quello che viene fuori dal testo è come si costruisce un carattere, nel senso che questa donna che si vede subito anziana, ripensa a diverse fasi della sua vita che sono così vive che diventano altri personaggi in scena, e nel tempo si legge quali sono le costanti di questa donna e i cambiamenti che la vita ha portato su di lei».
Lo spettacolo fa emergere il personaggio di lei o quello di Ibsen?
«Questo spettacolo racconta una relazione. Questa donna parla quasi esclusivamente del suo rapporto con Ibsen. Un racconto su un personaggio "istituzionale" in qualche modo a causa della sua fama, proiettato nella vita privata da questa donna che ha scelto di dividere la sua esistenza con lui, che gli è stata affianco in tutte le fasi della sua vita e che ne racconta dunque gli aspetti più privati, quello cioè che ufficialmente non si conosce».
Come avete lavorato sul testo di Fosse?
«Fosse ha una scrittura molto particolare, a volte anche respingente in un certo senso, perchè non ha punteggiatura, ha frasi molto spezzettate, indicazioni vaghe, lo spazio non è definito, però in qualche modo questo flusso di parola trova il suo ritmo naturale, che non è così astratto come può sembrare inizialmente. Il lavoro che abbiamo fatto su questa scrittura è stato di farle prendere aria, abbiamo pensato che avesse bisogno di spazio, senza interventi esterni troppo forti di interpretazione registica, per fare emergere più strati del testo. La cosa che colpisce è che sicuramente questo testo è molto dettagliato rispetto a episodi della vita di Ibsen, tutti fatti documentati. Un altro dato della scrittura di Fosse è questa sua indeterminatezza, nel toccare temi e corde che entrano immediatamente in risonanza con lo spettatore, per cui tutti gli aspetti di ambientazione tempo e caratterizzazione specifica dei personaggi passano in secondo piano, perchè c'è qualcosa di più forte sotto che permette la comunicazione».
Chiara Bazzani
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