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L’arte di Manfredini alla Biennale

L’arte di Manfredini alla Biennale

Due installazioni del pavullese, con la dedica del maestro Morricone

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VENEZIA. Mai arte è stata vicina alla vita, come quella di Giovanni Manfredini impegnato in due appuntamenti a Venezia, che si pongono come eventi collaterali della Biennale d’Arte Internazionale ai Giardini e all’Arsenale. La Fondazione Giorgio Cini (Isola di San Giorgio Maggiore) e la chiesa della Madonna dell’Orto a Cannaregio 3512 sono i due prestigiosi luoghi che accolgono le installazioni dell’artista modenese (è nato a Pavullo 51 anni fa), la cui notorietà valica i confini nazionali, per aver tenuto mostre in famosi musei.

Fino al 7 giugno si può ammirare nel complesso monumentale della Fondazione Cini l’installazione “Stabat Mater Dolorosa” costituita da una corona di rami di rose fusa nell’oro e sospesa nel vuoto. La illumina la luce della lampada Nulla prediposta da Davide Groppi. E l’opera, di esecuzione dell’Atelier Mies di Modena, sembra librare in aria senza sostegno. A darle maggiore intensità di significato, per i riferimenti al dolore di Maria, di ogni donna e di ogni essere umano, è la voce della badessa Anna Maria Canopi che legge “Stabat Mater”, attribuito a Jacopone da Todi, con la colonna sonora “La via della Croce”, brano originale che il maestro Ennio Morricone ha voluto dedicare all’installazione.

La corona di spine è segnata da una storia di dolore che rimanda ad una pagina tragica della vita dell’artista. «Avevo due anni la prima volta - dice Manfredini - che sono morto. Il fuoco nella stufa a legna, incautamente aperta, a devastarmi, a deturparmi il volto, l’esistenza. Il coma, la ripresa. L’estrema unzione. Una madre, distrutta, di notte lascia il capezzale del figlio e si reca nella piccola chiesa dell’ospedale, prega, si rivolge alla Madonna, alla Madre. Porge quale voto ogni valore in oro in suo possesso, si impegna a rinunciare ad ogni vanità solo che, quel piccolo, anche se offeso e non più normale, gli venga restituito vivo. Giovanni apre gli occhi, parla, riconosce. È il nuovo mattino. Il volto è deturpato, ma gli occhi vedono, guardano. Le orecchie, distrutte, sentono. Le piccole mani bruciate accarezzano; tutto si è compiuto in quella notte, 50 anni fa. Dopo è il vivere. Altre felicità, altri dolori. Tutto difficile, ma tutto accettato. Esistere, esserci. Marianna è una madre che muore nella malattia. Vive il ricordo di quel dolore fino all’ultimo giorno. Chiede perdono al figlio di tutto. Quella mattina non lo ha protetto. Giovanni è un figlio. Quel figlio, artista, si ricorda dell’amore di lei per quelle rose coltivate e fatte crescere ogni stagione nel proprio giardino. Con quei rami spinosi di rose intreccia una corona che sceglie di perdere, in eterno, in una fusione dove l’oro le restituisce il voto. Le restituisce la bellezza del dolore, del dolore che può diventare bellezza e ne fa dono nello spirito a tutte le “madri addolorate”, al loro coraggio e silenzioso sacrificio dal parto alla deposizione».

Un’esperienza terribile che si riflette nel suo modo di fare arte, con il fuoco che diventa, con la tecnica dello sfumato, elemento fondamentale per realizzare le opere. Come accade anche nell’installazione “Per aspera ad astra”, allestita fino al 1° settembre, nella chiesa della Madonna dell’Orto. Un’installazione che si compone di due dipinti e una scultura, dove l’artista va alla ricerca della luce nella profondità del buio assoluto. Manfredini, che quattro anni fa ha partecipato alla Biennale di Venezia, non è nuovo a queste operazioni, tanto che sue opere sono esposte accanto a quelle di Caravaggio nella Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo a Roma.

Michele Fuoco

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