Gazzetta di Modena

CARISSIMI PADRI. L’INTERVENTO

La Grande Guerra e l’Italia moderna

di Marco Pizzo*
La Grande Guerra e l’Italia moderna

di Marco Pizzo* Lo spartiacque tra l'Ottocento e il Novecento è costituito dalla prima guerra mondiale, la "grande guerra" come venne chiamata per le dimensioni che aveva assunto, per il...

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di Marco Pizzo*

Lo spartiacque tra l'Ottocento e il Novecento è costituito dalla prima guerra mondiale, la "grande guerra" come venne chiamata per le dimensioni che aveva assunto, per il coinvolgimento di milioni e milioni di uomini, per le gravissime perdite umane subite da tutti i belligeranti.

La conoscenza di un evento che mutò radicalmente i rapporti di forza tra i maggiori Stati, provocando in Europa il crollo di tre imperi multinazionali -quello asburgico, quello zarista e quello turco- e segnando la fine della centralità dell'Europa nei rapporti internazionali, ha costituito un problema centrale per gli storici del XIX e del XX secolo.

L'Italia nei primi decenni del Novecento stava vivendo la sua prima rivoluzione industriale con la trasformazione di una società prevalentemente contadina in una società che iniziava a industrializzarsi, che conservava sostanzialmente i suoi valori risorgimentali. Sulla necessità e sull'opportunità di partecipare al conflitto l'Italia si divise tra neutralisti e interventisti e i due schieramenti erano profondamente divisi al loro interno.

C'erano neutralisti contrari alla guerra per principio (i cattolici), quanti ritenevano la guerra un "affare della borghesia" (socialisti massimalisti), e coloro che temevano che il conflitto avrebbe potuto scatenare lo scontro sociale e quindi mettere in pericolo in Italia lo stato liberale (Giolitti).

D'altronde erano interventisti sia i nazionalisti che dalla liberazione delle terre "irredente", a partire da Trento e Trieste, erano giunti ad auspicare l'allargamento dei confini a terre abitate da popolazioni di lingua tedesca o slave, sia i democratici (da Salvemini a Bissolati) che intendevano attenersi all'applicazione del mazziniano principio di nazionalità e ai valori risorgimentali.

La vittoriosa conclusione del conflitto suscitò esaltazione ed euforìa in tutta Italia, com'era naturale dopo una così lunga e difficile prova. Il paese sembrò ritrovare nel successo quella concordia e quella solidarietà che gli avevano consentito di superare la crisi del 1917. «È finita, o sta per finire una guerra. Ne comincia un'altra. Più lunga, più aspra, più spietata», scriveva il 9 novembre 1918 Gaetano Salvemini. «La guerra non è finita», confermava Ugo Ojetti a D'Annunzio il 27 novembre dello stesso anno.

Ben consapevole del dramma cui stava andando incontro la vecchia Europa, Benedetto Croce il 5 novembre del 1918, da un paesello alpino in provincia di Torino, volgeva il pensiero «alla desolazione del mondo tutto, tra i popoli nostri alleati e tra i nostri avversari, uomini come noi, desolati più di noi, perché tutte le morti dei loro cari, tutti gli stenti, tutti i sacrifizi non sono valsi a salvarli dalla disfatta».

La Prima Guerra Mondiale ha costretto decine e decine di migliaia di soldati su tutti i fronti d'Europa a condizioni estreme: si rileggano certe pagine di Emilio Lussu, di Fritz Weber, di August Stramm, di Eric Maria Remarque, di Roland Dorgelès.

Tutto questo mentre venivano meno le categorie concettuali tradizionali: era necessari. o aggiornare i modi con i quali esprimere la nuova velocità, i nuovi mezzi di locomozione, un tempo che scorreva molto più rapidamente di prima. Si capisce perché si è potuta coniare anche l'etichetta di “guerra dei materiali”.

Era quella un'Europa in cui per l'italiano il nemico era l'austriaco, per il tedesco il francese, per l'austriaco il russo, per l'inglese il tedesco, per il russo il turco, a partire dal ’14 ogni Paese avrebbe usato toni e strategie ciascuno a modo suo, ma, in fondo, in maniera non così diversa l'uno dall'altro. Moltissimi, infatti, furono gli artisti impegnati in prima linea nella costruzione della propaganda. Poeti, scrittori, pittori, oggi per lo più dimenticati, che hanno avuto un ruolo nella creazione di miti che, per quanto falsi, erano assai funzionali allo scopo.

Il loro apporto alla guerra offre materia di riflessione sul ruolo dell'intellettuale nella gestione della parola e dell'immagine come forma di potere.

All'estetica dell'odio strizzavano l'occhio pure schiere di giornalisti, consapevoli, come dichiarava il Corriere della Sera nel settembre del '15, che «anche le parole sono armi!».

Come i letterati e gli artisti in guerra, essi erano chiamati a dare una forma alle idee che venivano calate 'dall'alto': la miglior forma possibile atta a persuadere.

*direttore Museo Centrale

del Risorgimento Vittoriano

Roma

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