Vecchioni: il mondo di oggi? Lo accetto ma non è il mio
Il cantautore e scrittore si racconta alla vigilia della data zero del suo nuovo tour: giovani, scuola, famiglia, società e un corso universitario dedicato a Vasco Rossi
CARPI. Non si tratta solo di uno tra i più importanti musicisti italiani, ma anche di un insegnante, poeta, attore e romanziere: in quest'ultima veste, Roberto Vecchioni è reduce dal best seller “Il mercante di luce” (Einaudi, 2014), dal quale prende le mosse l'omonimo tour che vedrà il cantautore milanese calcare il palco del Teatro Comunale di Carpi giovedì alle 21, in un concerto-evento che rappresenterà la data zero della tournée che lo porterà ad esibirsi in tutta Italia. Un appuntamento unico e intenso, un viaggio interpretato con la sapienza, la cultura e la raffinatezza che contraddistinguono Vecchioni.
Cosa del romanzo permeerà il tour?
«Sarà una specie di miscuglio tra i valori espressi nel libro - dove un padre insegna al figlio il valore della letteratura, della poesia greca - e nelle canzoni, sia in quelle che hanno per argomento il romanzo, sia in quelle mie più classiche, che tutti conoscono. Lo spettacolo vuole essere un omaggio alla cultura e al bisogno di avere riferimenti passati da utilizzare nel futuro».
Cosa accomuna Roberto Vecchioni cantautore e scrittore?
«La passione è uguale: sia nei romanzi che nelle canzoni è quella di insegnare motivi che ci possano far vedere luci nel buio quali la bellezza del mondo, la bellezza dello stare insieme, trovare ottimismo nelle cose che possono dare dolore, trovare gli spiragli, aprirli, capire e concepire l’amore come una salvezza. Certo, la canzone è il mio campo, dove nuoto meglio e dove quindi ho più facilità di espressione. Il romanzo, invece, lo uso spesso per celebrare il piacere della parola, del comunicare, di confrontarsi».
Lei è un professore. Nei suoi libri e nelle canzoni spesso insegna ai giovani, li esorta. Do cosa crede abbiano più bisogno di imparare, oggi?
«Hanno bisogno di imparare moltissimo, tuttavia direi che ne abbiamo più necessità noi adulti, perché insegniamo male le cose che i giovani devono trattenere per se stessi e storpiamo già nella fase iniziale della loro vita la classifica dei valori, di modo che si sentono obbligati a trovare un lavoro a tutti i costi - anche contro le loro possibilità o disponibilità o inclinazioni - e ad avere come traguardi i valori materiali che passano col tempo, non restano, non durano. Non direi che la colpa è tanto degli insegnanti, quanto piuttosto degli ambienti domestici: gli insegnanti tentano di insegnare questo ma poi, a casa, i ragazzi prendono esempio da ciò che fanno i propri genitori e quelli degli amici, ossia una corsa a superare gli altri».
Si avverte in lei la fiducia nel mondo anche quando le cose sono difficili o vanno male: è ottimista per natura?
«Arrivato a 71 anni sì, tantissimo! Avendone viste di tutti i colori lo devo essere per forza. So benissimo a cosa possono arrivare gli uomini. Però so altrettanto bene che ci sono anche cose meravigliose ed eterne da amare e cui appassionarsi come la letteratura, l’arte, la poesia e anche la speranza».
Da studioso della cultura classica si riconosce in questi tempi moderni?
«Molto poco, a dire la verità, tant’è che il mio ultimo disco si intitolava “Io non appartengo più”. Non mi riconosco, ma li sopporto: non è che ci vada contro, non sono pazzo, so benissimo che è un mondo digitale, un mondo di messaggi brevi, un mondo permeato di un altro tipo di cultura. Lo posso accettare, però non è il mio mondo. Io sono del ‘900: il 2000 non l’ho mai capito».
Progetti futuri?
«Oltre al tour che mi vedrà impegnato per tutta l’estate, sto costruendo il nuovo corso di studi che svolgeremo l’anno venturo all’università di Pavia e che riguarderà Vasco Rossi. Inoltre sto raccogliendo le poesie di tutta la mia vita per farne una pubblicazione».
Una curiosità: è vero che scrive a mano i testi di canzoni e romanzi?
«Non ho mai scritto a macchina e nemmeno a computer: sempre e solo a mano».
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