Gazzetta di Modena

Adriano Malavasi, un ritratto tra l’Avanguardia e il mondo

di Rossella Sant’Unione
Adriano Malavasi, un ritratto tra l’Avanguardia e il mondo

Curato da Giò Barbieri il volume che racconta l’uomo, il viaggiatore, il poeta Raccolte le opere pubblicate ed estratti di scritti e disegni mai dati alle stampe

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MODENA. Ci sono persone difficili da “rinchiudere” dentro contorni precisi. Persone per le quali la definizione poliedrico è persino riduttiva, che si sono spese tra sublime e prosaico senza disdegnare l’umiltà ma sapendo anche volare lontano. Persone che, magari, non sono assurte alla popolarità, spesso dozzinale, dei nostri giorni, perché impossibili da “usare e gettare” senza farsi coinvolgere e quindi, verrebbe da dire, non di massa, difficili. Ma, proprio per questo, molto più ricche di un portato umano, intellettuale, culturale che invece deve essere rimarcato, valorizzato e divulgato per riconoscere loro ciò che meritano e allargarne la conoscenza.

Una di queste persone è Adriano Malavasi, classe 1946, morto a sessant’anni, dopo una vita spesa tra viaggi, letteratura, poesia; fondatore di osterie modenesi famose, venditore, antiquario, skipper e tante altre cose. Uno dei figli di quella Modena degli anni Sessanta e Settanta che ha prodotto movimenti e tendenze d’importanza nazionale capiti e apprezzati, paradossalmente, forse più altrove che qui. Ora ad Adriano Malavasi l’editore Colombini dedica una esaustiva monografia resa possibile dall’affetto, dai ricordi e dalla volontà di Giò Barbieri, che con Malavasi ha condiviso avventure, amicizie e un buon pezzo vita. L’opera “Adriano Malavasi poesia è quel che rimane” (372 pagine, 25 euro) comincia, dopo la premessa dell’editore, con una sintetica biografia per date della vita di Adriano, nato a La Rocca di Albareto dieci giorni prima dell’inizio del 1947.

Biografia ricca di cambi repentini di prospettiva dove la scuola ben presto viene sostituita dal lavoro ma non certo per disinteresse culturale. Anzi. La ricerca è quella vulcanica e costante della conoscenza, fatta sul campo, per esperienza diretta, con gli occhi e la mente aperti a cogliere affinità e differenze dagli altri, quelli vicini di Modena e poi, quelli lontani di una buona fetta di mondo percorso quando il viaggio non era, come oggi, omologato su paesaggi sempre più uguali.

Così, chi di Adriano non ha ricordi diretti, chi degli anni del Beat ha solo sentito parlare, scopre pian piano un uomo che lavora come odontotecnico, rappresentante di enciclopedie, di detersivi, agente pubblicitario, carrozzaio e che comincia poi a partecipare a mostre, a scrivere poesie, che pubblica “O Babel” (raccolta di versi che riscuote un successo internazionale e il riconoscimento di famosi intellettuali), che viene invitato a Parigi alla “36 Heures d’Action Poetique permanente” e che poi parte per il mitico viaggio in 500 verso l’Estremo Oriente: Indonesia, Vietnam, Cambogia; che combatte con i Palestinesi sulla linea del Giordano. E che, pian piano, spinto dalla voglia di conoscere e seguire l’ispirazione della sua mente e del suo cuore non si fa scrupolo a buttare a mare avventure cominciate per iniziarne altre e gira praticamente tutto il mondo trovando una sua terra elettiva in Turchia dove tornerà tante volte e dove impianterà anche attività e commerci di oggetti d’antiquariato e artigianato. Diventa anche skipper, accompagna turisti, lavora all’osteria Santa Chiara poi apre la Ruggera e ancora, nell’85, il ristorante La Calamita che rivenderà nel ’90 per trasferirsi a Bodrum in Turchia. Dove pure aprirà un ristorante e prenderà in gestione un albergo che diventerà punto di riferimento e quartier generale di tutti i modenesi in vacanza in quel paese.

Nel 1992 pubblica “Unci Dunci” e nel 2000 “Gelati”, entrambi per Exit Edizioni di Lugo. Nel 2003 viene scelto da Antonio Marconi per un ritratto fotografico della mostra “Immagini a contatto” al Fotomuseo Panini e nel 2004 partecipa al Festival Filosofia raccontando su una “panchina narrante” il suo mitico viaggio a Bali. Se ne va nel 2006, troppo presto, ucciso da un male che fino alla fine, raccontano gli amici, cerca di snobbare, di fregare con l’ironia. Se ne va lasciando un vuoto pesante soprattutto nell’animo dell’amico Barbieri, curatore di quest’opera, che nella seconda parte intitolata “Adriano Malavasi. Vita di un orso solare”, firma un affresco della Modena dagli anni Sessanta ad oggi, raccontando del suo Adriano, geniale e un po’ folle, travolgente e ricco di una vitalitàcontagiosa. Pagine affascinanti che restituiscono un periodo più che brillante della nostra città, di un fermento intellettuale e culturale mai più ripetutosi dopo. La monografia prosegue poi con le opere di Adraino Malavasi, sia quelle edite che le inedite. Si comincia dalle prime, in ordine cronologico, con la raccolta di versi “O Babel” uscita nel 1968, poi “Storie vere ed extravere” del 1972, una piccola antologia di scritti tanto surreali quanto provocatori ed intriganti. Ancora “Unci Dunci” del 1992, nuova racconta di poesie arricchita da disegni di Claudio Parmiggiani, Giuliano Della Casa, Carlo Cremaschi, Franco Guerzoni e Wainer Vaccari ed infine “Gelati”, con prefazione di Roberto Barbolini, dato alle stampe nel 2000 che unisce sia scritti che poesie. A seguire una selezione delle opere inedite: scritti, disegni, ancora versi, delle mostre e degli eventi che videro Malavasi protagonista e degli articoli apparsi su quotidiani e riviste. A chiudere l’opera l’omaggio degli amici, tanti, che tracciano una sorta di biografia per immagini ed emozioni aprendo così una piccola finestra sul mondo privato e più intimo di Malavasi.

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