Gazzetta di Modena

L’immaginario visivo di Kane tra miti e impegno sociale

di Michele Fuoco
L’immaginario visivo di Kane tra miti e impegno sociale

Da oggi al 20 settembre 100 fotografie dell’americano che ha legato il suo nome al leggendario ritratto, scattato a metà del ‘900, di 57 grandi interpreti del jazz

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MODENA. È la singolare immagine di 57 celebri star del jazz, scattata su un marciapiede della 126esima strada, ad Harlem, che notoriamente identifica il fotografo Art Kane (1925-1995), di cui viene presentata, da oggi alle 18.30 (con cocktail party, musica e una “sorpresa”), a Palazzo Santa Margherita, una restrospettiva di cento opere, a cura del figlio Jonathan, della nuora Holly Anderson e del critico Guido Harari.

Una foto straordinaria, conosciuta come “Harlem 1958” e ritenuta la più significativa della storia del jazz, alla quale è andata la medaglia d'oro dell'Art Directors Club di New York. Ha ispirato un libro, un documentario del 1994, con nomination all'Oscar e, di recente, il film “The terminal” di Spielberg. Ma a fare storia sono anche molte altre immagini che affrontano temi scottanti, di impegno civile, come la violenza della guerra, i diritti degli afroamericani e degli indiani, l'ambiente portato sempre più al degrado, l'incubo della bomba atomica di cui una figura porta impresso nell'occhio il terrore a Hiroshima.

E poi i ritratti di star della musica degli anni Sessanta, di artisti, attori che hanno lasciato un'orma indelebile del loro lavoro: Bob Dylan, The Rollings Stones, i Doors, Lester Young, Frank Zappa, Aretha Francklin, Who avvolti nella bandiera britannica, Louis Armstrong, ripreso su un aereo sul deserto di Mojave, Duke Ellington nel buio della metropolitana rimasta chiusa per mezzora, e pure Lylah Tifffany, musicista di strada, Jim Morrison, Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Ingrid Bergman e Anthony Quinn sul set personaggi del mondo della moda, perché Kane ha collaborato con importanti riviste internazionali del settore e a 27 anni, lavorando per la rivista “Seventeen”, era diventato il più giovane art director della storia.

I particolari trovano nelle foto articolazioni distintive e relazioni inattese che portano le immagini a ricchezza di vita, con sconfinamenti anche visionari. «Esse si nutrono - sostiene - Jonathan - di idee audaci e di convinzioni profonde, di originalità, stile e abilità. Mio padre credeva nell'immagine totale. Non amava operare nel suo studio, perché la rappresentazione si presentava troppo pulita. Gli piaceva contaminarla di varia realtà che trovava in giro per il mondo per creare qualcosa di impatto globale. E l'Italia aveva un posto speciale nel suo cuore. A lui sarebbe piaciuta questa mostra che esprime il suo valore, e a Modena c'è Franco Fontana, suo carissimo amico».

Affettuosa è la testimonianza del fotografo modenese: «Agli inizi del mio lavoro era per me un idolo. L'ho conosciuto ad Arles nel 1977, per poi coltivare insieme un'amicizia fraterna. È venuto più volte in Italia per workshop che io organizzavo. Si mostrava severo con gli studenti. Era anche originale: girava per New York in Velosolex e al mitico Studi 54 si presentò vestito da cowboy. Adorava le donne di cui sapeva cogliere gli aspetti erotici. Ammirevole la sua creatività».

Un artista che spingeva la fotografia oltre i limiti della consueta figurazione. «La sua tecnica fotografica - dice Harari - era intuitiva e disarmante per la varietà impressionante di spunti, di improbabili angolazioni di ripresa, di singolari ambientazioni e colori saturi, Nulla appare come ce lo aspetteremmo: le immagini suggeriscono, provocano, spiazzano, ma tocca a chi guarda completare il quadro». Il tutto con una ricchezza di colore che è essenza e conoscenza.

È sua l'invezione dell'immagine “sandwich”, con due diapositive a registro nello stesso telaio. Lo si vede in particolare in “Songs of freedom”. La mostra è prodotta dalla Galleria Civica e Fondazione Cassa di Risparmio, a ventanni dalla morte del fotografo americano e a novant’anni dalla sua nascita. Vi hanno collaborato Solares Fondazione delle Arti di Parma e Wall of Sound Gallery di Alba. L’esposizione resterà aperta fino al 20 settembre. Da vedere pure la videotestimonianzza di Franco Fontana, un documentario del 1994 in cui decine di leggende del jazz ricordano la fotografia di Kane che li radunò una domenica del 1958 creando l’icona più celebre di questo genere musicale. Infine in mostra anche una intervista a Kane.

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