Gino Covili, a Pavullo un giorno per ricordare l’artista e rivedere le sue opere
Dieci anni fa moriva a 84 anni Gino Covili il pittore pavullese della vita contadina. E il paese dell'Appennino modenese riapre la sua casa-museo. Interventi e un concerto per l'intera giornata di sabato 4 luglio che viene dedicata al ricordo dell'artista
PAVULLO. Aveva 87 anni quando Gino Covili morì nel 2005. Era il 6 maggio e tre giorni dopo si inaugurò a Roma nella Sala delle Regina di Palazzo Montecitorio una grande mostra, dove le opere del pavullese dialogavano con le foto e le scenografie di Vittorio Storaro che è autore di un film sull'artista, dal titolo "Le stagioni della vita".
Nel decennale della scomparsa la famiglia lo ricorda, domani, con un iniziativa, aperta a tutti, nella Casa-Museo di Pavullo, in collina ai limiti del bosco, dove l'artista è vissuto e ha lavorato fino agli ultimi giorni della sua esistenza. Sarà un pomeriggio da trascorrere tra arte e natura, a partire dalla 16.30, quando si potrà visitare la Pinacoteca dove sono custodite le opere più importanti dell'artista. Condurrà l'incontro la giornalista Eddy Lovagli: dal saluto della famiglia che ha da anni ha creato la "Fondazione Coviili Arte" e delle autorità agli interventi della giornalista e critica Manuela Bartolotti e del direttore delle gallerie di Palazzo Ducale Paolo Donini.
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Se la Bartolotti affronterà il tema "Di terra, di arte, di vita. L'antico e nuovo mondo di Covili a 10 anni dalla scomparsa", Donini parlerà di "La terra nei volti. Luogo dell'arte e arte come luogo in Covili". Ci sarà pure un concerto affidato a Fabrizio Bosso e Luciano Biondini. Inevitabile il buffet con specialità gastronomiche tipiche del luogo.
L'occasione vera è quella di poter rivedere quadri, anche di grandi dimensioni, sculture e incisioni con cui Gino Covili manifesta quello stretto contatto tra la sua arte e la sofferta vita della gente del Frignano. Tanta angoscia nei suoi lavoratori della terra, nei pastori, nei cacciatori, negli emigranti, ma è virile la sofferenza che essi affrontano quotidianamente. L'artista la rende concreta, dilatando le forme delle presenze umane in un'alta tensione di colori e segni articolati, inquieti, per acuirne la drammaticità ma anche per esaltare la forza con cui i diversi personaggi amano combattere contro la dannazione della solitudine, dell'aspra emarginazione sociale ed esistenziale, delle forze avverse della natura.
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È quanto esprimono "L'ultimo covone" (1974) che il contadino stringe al petto per sottrarlo alla pioggia; il comune impegno e la grande fatica per combattere contro le fiamme di un incendio, contro l'alluvione e la frana che rischia di travolgere famiglie e cose. La pittura diventa una specifica testimonianza di accettazione di una vita senza illusioni che scopriamo nell'"esodo", negli emigranti. E "la discussione per la formazione della cooperativa" apre un possibile orizzonte per uscire dall'isolamento, da un'annosa situazione di continui problemi anche economici. Si passa dalle pagine tragiche di disperazione degli "esclusi" che Covili ha incontrato a Gaiato e nel manicomio di Reggio Emilia, a quelle che irradiano pochi momenti di gioia che una "festa" paesana con fisarmonica e ballo riesce ad offrire.
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È il mondo delle cose umili, dei contadini, del paesaggio che viene portato a specifica testimonianza affettiva: da Pavullo, "il paese dorme e sogna", cui Covili ha dedicato 58 opere esposte in permanenza al Centro Museale del Castello di Montecuccolo, all'uomo legato alla terra messo in luce dalla mostra a Roma (con altri cinque artisti stranieri) nel 2001 presso la sede dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura.
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