Il Giappone e noi: breve storia per esplosioni
Excursus dalle prime notizie su “Cipangu” alla disfatta del ’45 e alle tragedie di Hiroshima e Nagasaki
di Matteo Casari *
Le prime notizie su Cipangu, il Giappone come lo si trova menzionato nel Milione, giungono in Occidente ben in anticipo rispetto il primo approdo occidentale sull'arcipelago che si colloca, nella geografia dei planisferi e nella geografia culturale fondata sulla centralità del meridiano di Greenwich, nel lembo più estremo e orientale del globo. A seguito di un naufragio una nave portoghese, nel 1543, toccò riva su di un'isola del Kyushu, la più meridionale delle quattro isole maggiori del Giappone. I “barbari che puzzavano di burro” - questo uno dei primi e meno lusinghieri epiteti coniati dai giapponesi per indicare i nuovi arrivati - giunsero con una novità che in breve tempo segnò la storia del paese e rese meno insopportabile la fragranza degli occidentali, l'archibugio: “Questo oggetto con un sol colpo può far franare una montagna d'argento e può attraversare un muro di ferro. Se qualcuno vuole danneggiare il territorio altrui ed è colpito da questo oggetto, perde la vita immediatamente, così pure i cervi che danneggiano le risaie appena seminate. È incalcolabile l'utilità di questo oggetto nel mondo. Tokitaka, avendolo visto, lo considerò come un tesoro unico al mondo”. Così in uno stralcio di una cronaca del 1607 dedicata a serbare memoria di quel primo incontro voluta dal figlio di Tokitaka.
Poco dopo i naufraghi e gli archibugi arrivarono, dal Portogallo, i primi gesuiti che fecero rapidamente proseliti. Il cosiddetto “secolo cristiano” si chiuse definitivamente - tra abiure forzate e crocifissioni di convertiti - già nel 1639 con l'editto che inaugurò il sakoku (lett. Paese chiuso): espulsi i cattolici il Giappone governato dal clan militare Tokugawa - giunto al potere dopo vicissitudini che possono essere ricondotte alla prima affermazione, grazie agli archibugi, di Oda Nobunaga, un daimyo (feudatario) minore -, adottò una politica autarchica per cui nessuno, salvo poche eccezioni, poteva lasciare l'arcipelago o poteva giungervi.
La chiusura del Giappone al resto del mondo durò fino alla metà del XIX secolo quando, questa volta non per caso, l'Occidente si riaffacciò con navi da guerra per pretendere l'apertura dei porti e dei commerci. Incapace a far fronte alle pressioni esterne il governo militare degli shogun Tokugawa cadde. Il ritorno del potere de facto nelle mani dell'Imperatore Meiji (1868) trasformò quella che nei fatti era una restaurazione in una sorta di rivoluzione.
Il periodo Meiji (1868-1912), la cui estensione temporale quasi coincide con la Belle Époque, vide cambiamenti rapidi e profondi degli assetti istituzionali, sociali e culturali del Giappone, una corsa a tratti caotica a tratti ben indirizzata per sfidare l'Occidente sul suo stesso terreno - la supremazia tecnologica e economica - per non essere dall'Occidente fagocitato. La riapertura delle frontiere fu esplosiva e le novità, le prospettive di trasformazione e progresso si fecero improvvisamente possibili e potenzialmente infinite. Molti motti furono coniati dal nuovo establishment per “governare” il cambiamento e, tra i più noti e efficaci, si può ricordare “Wakon yosai” (Spirito giapponese, tecnica occidentale), un motto introdotto per deviare una acritica e immediata occidentalizzazione in una più consapevole modernizzazione. Gustoso l'esempio, di estrazione teatrale, che Donald Keen ricorda per esemplificare la diffusa tendenza, in quel principio di periodo Meiji, di segnare la distanza dal vecchio Giappone e l'adesione ai nuovi modelli sociali e culturali di importazione: il più famoso attore kabuki del tempo, Danjuro, che rifiutò di usare la sala di soia sul suo sashimi poiché barbara e antiquata preferendole del sale. Il sorriso con il quale immancabilmente si liquidano simili aneddoti non può però cancellare la complessità delle implicazioni storiche e antropologiche in gioco.
Nella corsa alla parità con l'Occidente il Giappone giocò indubbiamente la partita della diplomazia culturale - qui il teatro, nuovamente, ebbe un ruolo centrale sia nell'offerta di spettacoli tradizionali agli ospiti stranieri, sia nell'accoglienza e rielaborazione di opere e prassi teatrali straniere ad uso del pubblico locale - ma non mancò di imbracciare le armi - moderni riaffioramenti dei primi archibugi e della loro incalcolabile utilità - per combattere guerre reali a fianco delle battaglie simboliche e diplomatiche condotte per il riconoscimento sul piano internazionale: il nazionalismo e l'imperialismo nipponici che i più conoscono per il volto assunto durante il Secondo conflitto mondiale nascono qui.
Teorizzata la “Sfera di influenza nazionale” e fissato il nuovo motto “Fukoku kyohei” (Paese ricco, esercito forte), il Giappone iniziò la sua espansione conseguendo una vittoria sulla Cina (1894-1895) che gli valse l'attenzione delle potenze occidentali senza che gli fosse, però, riconosciuto uno status paritario. La legittimazione attesa - sebbene non ancora definitiva - giunse grazie ad un trattato siglato nel 1902 con la Gran Bretagna, trattato che favorirà il Giappone nella prima vittoria militare (1905) di un esercito non occidentale ai danni di uno stato europeo: la Russia.
Il Giappone stupisce e diventa, agli occhi dell'Occidente, un “miracolo”. Il Giappone come miracolo altro non è che un modo edulcorato per esprimere l'etnocentrismo col quale il Sol Levante era guardato dall'alto in basso. Non potevano esistere, infatti, spiegazioni concrete e logiche per i successi conseguiti in numerosi campi da un popolo altro: seduto al tavolo della Conferenza di pace di Versailles (1919) per aver fattivamente contribuito, a fianco dell'Intesa, alla Grande Guerra, al Giappone fu negato il riconoscimento della parità razziale stante il veto di Stati Uniti e Australia.
Nel mito della propria invincibilità, nelle mire imperialiste esacerbate dal cosiddetto fascismo giapponese degli anni '30, il Giappone incapperà nella disfatta del 1945. Disfatta vergognosamente sancita da un oggetto, giunto da Occidente, che in un sol colpo fece franare montagne d'argento e attraversò muri di ferro prendendo la vita a migliaia di persone. Il 6 e 9 agosto di quest'anno ricorrono i settanta anni dagli scoppi atomici su Hiroshima e Nagasaki, la cui memoria è (dovrebbe essere) un tesoro unico al mondo.
* Matteo Casari insegna Teatri in Asia e Organizzazione ed economia dello spettacolo all'Università di Bologna. È direttore artistico del festival di cultura giapponese Nipponica.
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