Le designer del cinema: una mostra di costumi da Virginia Reiter a oggi
MODENA. Saranno i costumi creati da Roberta e Francesca Vecchi, celebri “costume designer” modenesi, a dare forma e spazio ideali alla mostra “Memoria del possibile. Irraggiamenti da un costume di...
MODENA. Saranno i costumi creati da Roberta e Francesca Vecchi, celebri “costume designer” modenesi, a dare forma e spazio ideali alla mostra “Memoria del possibile. Irraggiamenti da un costume di Virginia Reiter”, che sarà allestita dal 18 al 26 di questo mese di settembre nel Ridotto del Teatro Storchi. La mostra presenterà, in esclusiva per Modena, un bellissimo abito di scena bianco, in pizzo e tulle, appartenuto a Virginia Reiter (l’abito di scena della Madame sans-gene di Victorien Sardou, suo cavallo di battaglia), proveniente dal Museo del Burcardo di Roma, l'archivio storico della Siae, e attorno a questo prezioso costume si irraggeranno diciotto costumi creati da Roberta e Francesca Vecchi provenienti dal loro personale archivio, un archivio che raccoglie le loro produzioni di oltre quindici anni di lavoro. La mostra “La memoria del possibile”, sarà inaugurata in occasione del Festival Filosofia, e terminerà la settimana successiva in occasione del Festival Virginia Reiter. Sarà arricchita da un’ulteriore esposizione dell'artista di fama internazionale Stefano Ricci, un ciclo di sette arazzi dal titolo “Avvistamenti”. In vista della inaugurazione dell’esposizione abbiamo incontrato le sorelle Vecchi.
Qual è l'idea portante della mostra?
Roberta: «L'idea di partenza era riuscire a portare alla luce un costume dei primi del '900 di Virginia Reiter e, attraverso i nostri costumi, svilupparlo nel cinema. Il concetto è che la figura scenica femminile, che una volta era ben distinta tra l'attrice teatrale e quella cinematografica ora invece presta la sua figura e il suo ruolo indistintamente al teatro e al cinema».
Francesca: «Noi solitamente lavoriamo mischiando le discipline e mischiando gli stili, con un filo conduttore che è la musica, e in questa mostra la musica sarà molto importante. Ci saranno dei riferimenti musicali e non solo, anche architettonici e artistici, però la musica lega sempre tutto nei nostri lavori e nelle nostre creazioni».
Il titolo della mostra è “Memoria del possibile”? Lo avete scelto voi?
Roberta: «È stato concordato insieme ad Anna Reiter, direttore organizzativo del Festival Virginia Reiter, e Michelina Borsari, coordinatrice del Festival Filosofia. La mostra è coprodotta del Festival Filosofia, e parte dal concetto dall'eredità, per muoversi verso il futuro. La memoria che in realtà si riferisce all'abito di Virginia, da cui tutto parte, si rivolge verso il nostro “fare”. E il nostro “fare” è molto contemporaneo. L'esigenza sia del Festival Filosofia, che corrisponde peraltro al volere di Giuseppe Bertolucci, che fu l’ideatore del Festival Virginia Reiter anni fa, era lo sviluppo verso una visione contemporanea. C'è questa memoria attraverso la quale mia sorella ed io osiamo agire, per andare verso qualcosa che non è ancora stato detto e raccontato, e dunque “memoria del possibile”».
Interessante è il sottotitolo della mostra, che è “irraggiamenti da un costume di Virginia Reiter”...
Francesca: «Lo sviluppo della mostra è infatti circolare, da un fulcro centrale che è l'abito di Virginia, si diramano dei raggi che sono costruiti da dei manichini, con i nostri costumi e con un allestimento per ogni manichino. Dunque ci saranno delle fotografie di scena, degli stralci di sceneggiatura e degli accessori. Qualcosa che ricordi la messa in opera del film da cui sono tratti. Però l'itinerario non è fissato, nel senso che l'abito di Virginia potrebbe essere il primo ma anche l'ultimo. Il punto di partenza può essere anche quello di arrivo, perché il percorso è circolare».
Dite che il vostro fare è “contemporaneo”. Quale il senso dell’affermazione?
Francesca: «Il contemporaneo non deve essere frainteso. Noi amiamo molto lavorare sul contemporaneo, ma nel cinema tutti i film sono in “costume”, anche il contemporaneo, basta che sia di un anno addietro. C'è una ricerca storica anche semplicemente se si va indietro di pochi anni, perché cambiano gli accessori o piccoli particolari che sono fondamentali per rendere veritiero un abito. Dicevo che non va travisata l'idea del contemporaneo. Noi amiamo anche gli abiti storici, ma la nostra tensione nel lavoro è quella di proporre dei piccoli cambiamenti, fatti con molto stile, non urlati e non eccessivi, ma comunque riuscire ad intervenire sull'abito e sulla storia. La memoria è fondamentale, ma va rielaborata, non può rimanere fine a se stessa».
Con quale criterio avete scelto gli abiti per la mostra, da un archivio che ne contiene centinaia?
Roberta: «La scelta dei costumi è avvenuta chiaramente dall'abito di Virginia, e intorno a questo si sviluppano altri abiti ad esso più o meno legati, a partire dai colori che da sfumature candide si avvicinano a colori più lividi, e più contemporanei, per finire, o per ricominciare con abiti che hanno colori che definirei “dolorosi”, scelti dal film “Diaz”, che è un film violento. Questo anche per la difficoltà di raccontare un certo tipo di cinema che facciamo, che è un cinema d'autore, e un certo tipo di storie, senza mai dimenticare che il fine ultimo per noi è sempre la bellezza. C'è speranza sempre e c'è futuro, e la bellezza è in un qualche modo tornare indietro all'inizio della mostra a questi costumi candidi. La scelta è avvenuta attraverso i costumi che sono appartenuti ad attrici famose che hanno prestato il loro volto al cinema, come Margherita Buy».
Perché secondo voi è importante questa mostra?
Roberta: «Io questa mostra la sento molto viva, ed è un richiamo secondo me forte, perché attraverso un costume storico si raccontano delle cose. Attraverso i costumi contemporanei si raccontano delle cose, è come camminare attraverso le storie, penso che questi costumi possano raccontare anche più di un testo scritto, sono più diretti. Il Festival Virginia Reiter programmerà, nei giorni dell’esposizione, lectio magistralis, e anche performance di attrici, dunque è una mostra viva che sarà vissuta anche da altre donne. Una mostra che ha un'interazione molto forte con tutto quello che le accade intorno ed è aperta anche a nuove storie. La vedo come work in progress... è un movimento».
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