Al Palazzo ducale di Sassuolo una mostra celebra l’arte di Carlo Mattioli
Una quarantina di opere danno la dimensione di qualità di un “grande” che Modena, sua città natale, ha ignorato. Un pittore geniale dal cuore antico
SASSUOLO. Non a Modena, dove un riconoscimento per il valore della sua arte è stato, per decenni, invocato da molti e ignorato dai direttori della Galleria Civica, ma a Sassuolo viene proposta, presso il Palazzo Ducale, una mostra di Carlo Mattioli (1911-1994). La mostra sponsorizzata Hera aprirà venerd' 18 settembre (inaugurazione alle 19) al 1 novembre.
Tanto meglio, anche se l'artista è nato a Modena, ma da bambino è vissuto per alcuni anni a Sassuolo, dove il padre era professore di disegno, ma anche - dice la nipote Marcella - un socialista integerrimo". Una integrità e severità di pensare e operare trasmesso a Carlo che è diventato artista, fra i più amati, di fama internazionale. E ciò pare essere in piena consonanza con il tema "ereditare" del festival di filosofia, come del resto calza a pennello il rapporto che l'artista aveva stabilito con la nipote Anna, laureata in beni culturali ed è anche scrittrice, responsabile dell'Archivio e del Museo Mattioli a Parma . Un affettuoso legame evidenziato dall'"Autoritratto con Anna" ospitato, fino al 30 settembre, alla Galleria Estense di Modena per un percorso tra i capolavori di "Generazioni dipinte".
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Ma la personale del maestro è stata allestita in tre sale del Palazzo Ducale di Sassuolo, e Anna parla di "interferenza sentimentale. Immagino mio nonno da bambino a Sassuolo, come vedeva gli affreschi del Palazzo Ducale. Poi una carriera veloce, vorace, con tante mostre. Il ritorno qui, a casa, è un abbraccio caldo e sicuro fatto di rapporti umani".
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Le opere Le circa 40 opere sembrano accarezzare il sogno di una remota cultura, esprimere il carattere di pittura antica ma di eccezionale modernità. Un vasto repertorio di memorie per continuare a parlare un linguaggio di stupore. E citando Calvino, la nuova soprintendente della galleria Estense Martina Bagnoli ricorda «la necessità di affermare il mestiere, l'importanza della memoria del passato, senza stacchi con il presente. E Mattioli ha fatto dell'eredità del passato un punto di forza di vivere il presente». Questo amore viene messo in luce anche dai materiali che egli utilizzava, come tavole di legno, tele di sacco, vecchie cornici. E il curatore della mostra Luca Silingardi (a presentarla c'erano anche il sindaco Claudio Pistoni, Stefania Carglioli della Fondazione Cassa di Risparmio e Sabina Magrini, segretario Regionale MiBact) ci indica quanto fosse fondamentale per l'antista l'impiego di materie antiche «tanto che certi quadri danno l'idea della scultura, della forma che vi nasce dentro, quella cercata da Michelangelo. Interventi anche minimi per scoprire gli elementi figurativi che una tavola trattiene nelle venature, nei segni del tempo». Accade per un Crocefisso degli anni Ottanta, ma anche per un nudo femminile.
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Ogni opera custodisce lo spettacolo dell'esistente, di cui l'artista ne ascolta segreti, silenzi meditativi che fanno fiorire un colloquio con il paesaggio e gli alberi. La figurazione declina pure nell'informale, trovandovi una meravigliosa convivenza. Intenso è il gusto per il colore come evidenza strutturale, di varietà emotiva e di definzione conoscitiva, indicata da "Aigues mortes". Tutto cela una profonda cultura e una riletttura non superficiale dell'arte del passato, con riferimenti al "Cestino" di Caravaggio e all'"Abete" di Durer. Nei "Taccuini" si assiste ad interventi su manoscritti antichi, registri di contabilità, tessendo relazioni visive con la parola, un segno musicale, una immagine. Il recupero storico avviene anche nell'ambito della letteratura, con l'esplorazione di scritti di nomi eccellenti come Petrarca, Leopardi restituiti nella dimensione del segno e del colore.
Michele Fuoco
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