Gazzetta di Modena

Loi a Vignola apre Poesia Festival: «Parlando con la gente ho capito la forza del dialetto»

di Michele Fuoco
Un'immagine del Poesia Festival che è in corso di svolgimento nelle Terre di Castelli
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Un'immagine del Poesia Festival che è in corso di svolgimento nelle Terre di Castelli

Si è aperto al Fabbri di Vignola il Poesia Festival 2015 con la magistrale lezione di Franco Loi. «La vera lingua - ha detto il poeta, tra i maggiori autori dialettali del nostro tempo - è quella del popolo, le altre sono espedienti politici»

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VIGNOLA. Magistrale e avvincente la lezione che Franco Loi ha tenuto ieri sera al Teatro Fabbri, per inaugurare Poesia Festival, mentre Umberto Fiori ha letto le sue posie. Coinvolgente anche lo spettacolo dell'argentino Luis Bacalov al piano con le sue note composizioni per il cinema, tanto da meritare il premio Oscar nel 1996 per le musiche del film “Il postino”. Sue anche le musiche per “Il Vangelo Secondo Matteo” di Pasolini, “La città delle donne” di  Fellini... Accanto a Bacalov l'attore Cosimo Damiano Damato che ha legato alle pellicole citate varie letture di testi e memorie.

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Una bella lezione di vita, quella di Loi (lo abbiamo intervistato), che si nutre di poesia, di cultura, di rinnovato rapporto con l'esistente. Un legame profondo con la gente che spiega la passione per il dialetto milanese che è diventato linguaggio della sua poesia. Non a caso Loi, genovese di nascita e milanese di adozione, ha ricevuto dal Comune di Milano l'Ambrogino d'oro.

Cosa lo ha portato alla poesia dialettale?

«Parlare con la gente a Milano, dove tutti impiegavano il milanese. Avevo 35 anni nel 1965. Cominciai a leggere i sonetti del Belli che mi colpirono moltissimo. Di lui apprezzai subito la lingua di grande libertà».

Il suo dialetto milanese è puro o si contamina di espressioni di altre lingue, anche straniere?

«Non esiste nessuna lingua pura. I milanesi che ascoltavo erano andati a scuola e quindi impiegavano l'italiano tradotto in milanese. Usavano la parola “cumparsita” nel senso di atmosfera. Quando si andava in un locale che non piaceva, si diceva “qui non c'è una bella cumparsita. Andiamo via”. Anche nella poesia mi venivano parole italiane, francesi e spagnole. Quando lavoravo come contabile allo Scalo Merci di Lambrate, si registravano forti immigrazioni dal Sud Italia e la lingua milanese si apriva a tutte le contaminazioni».

Ma è così importante il dialetto?

«Fondamentale. Nel “De Vulgari eloquentia” Dante affermava che la vera lingua è quella delle nutrici e delle persone del popolo. E lo stesso de Saussure sosterrà, più tardi, che le vere lingue sono quelle del popolo, le altre sono invece espedienti politici».

Lei è poeta, scrittore e saggista. Le tre attività possono convivere nel dialetto?

«Credo di sì. Scrivo, per lo più, poesie in dialetto e romanzi e saggi in italiano. La poesia non è fatta di regole. La scrittura è come provare con la musica. Yeats diceva che nella poesia sono più importanti i suoni che le parole, i significati apparenti. Suoni e ritmi fanno la poesia. Ormai non scrivo quasi più, perché ho avuto una macula agli occhi».

La sua poesia da che cosa è dettata?

«Parto dall'esperienza che è l'unico romanzo per tutta la mia poesia. È l'amore per le cose, per la vita ad indurmi a scrivere. Non è l'ispirazione ma l'amore, ciò che alita in me a consentire la poesia autentica. Proprio come diceva Dante nel Purgatorio: “I’ mi son un che, quando /Amor mi spira, noto, e a quel modo/ ch’è ditta dentro vo significando”.

I suoi versi acquistano anche la dimensione di preghiera. Ciò è conciliabile con il suo carattere anarchico, libertario manifestato da giovane?

«Sono stato comunista durante la guerra e dopo. Ho letto Marx a 18 anni, perché ero convinto della sua visione straordinaria della società. Era una visione limitata, diversa da quella che poi mi sono fatto del mondo. Più conoscevo e più mi sono trovato davanti al mistero. La scienza può capire i fenomeni, ma guardare un fiore è stupefacente: ci attrae il profumo, la bellezza. Davvero misteriosa è la vita. La poesia è una preghiera. Se si considera “il Padre nostro...” ci si accorge che è una preghiera di ringraziamento presente per le cose che si vivono. La poesia non si spiega. È come spiegare con la logica l'esistenza di Dio. Quando Mosé sul Monte Sinai chiese “Ma tu chi sei”, la voce rispose: “Io sono quello che sono”».

Si può tentare una definizione di poesia?

«La poesia è come un sogno. Jung diceva che non si può dare una spiegazione dei sogni. I giorni più felici della mia vita sono quelli in cui scrivo poesie».

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