Gazzetta di Modena

“Sangue del mio sangue”: un’analisi del potere

di Alberto Morsiani
“Sangue del mio sangue”: un’analisi del potere

Bellocchio ancora una volta maestro di passione libertaria qui declinata in un cortocircuito temporale

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SANGUE DEL MIO SANGUE di Marco Bellocchio. Italia 2015

Ha dichiarato Bellocchio che il film è nato per caso dalla scoperta delle antiche prigioni di Bobbio, il suo “buen retiro” nelle colline del Piacentino, chiuse e abbandonate da tempo. Questa scoperta ha ispirato il primo episodio del film, inizialmente un corto, che narra di Benedetta, una monaca murata viva nella prigione-convento di Santa Chiara, a Bobbio, per aver sedotto un nobile. Questa storia remota ha suggerito al regista un ritorno al presente, all’Italia di oggi, un’Italia paesana garantita e protetta dal sistema consociativo e corruttivo dei partiti e dei sindacati che la globalizzazione sta radicalmente trasformando, forse in meglio forse in peggio. Per far questo, Bellocchio inventa nella seconda parte del film un sedicente ispettore del Ministero, Federico Mai, un personaggio kafkiano, accompagnato da Rikalkov, un miliardario russo che vorrebbe acquistare l’antico convento-prigione per farci una speculazione. In realtà quel luogo è ancora abitato da un misterioso “Conte” che occupa abusivamente alcune celle e che si aggira in città solo di notte, come un vampiro. La presenza dei due forestieri, simbolo di una modernità pericolosa, mette in agitazione l’intera comunità di Bobbio, che sotto la guida del Conte tenta di vivere grazie a frodi e sotterfugi, ostacolando in ogni modo il “nuovo” che avanza. Di metafora in metafora, Bellocchio aggiunge al corto sulla monaca seduttrice e murata viva, annodando fili e connessioni col presente, una Bobbio moderna in cui la Chiesa non è più dominatrice come nel passato. Ora c’è un altro potere, un impasto molto democristiano tra politica ed affari, coordinato da una figura che appartiene al passato, un Conte metà Dracula metà Andreotti. Roberto Herlitzka, uno della “stock company” bellocchiana insieme alla Rohrwacher (ma ci sono anche i figli Piergiorgio ed Elena) pratica l’isolazionismo vampiresco in una Bobbio notturna e un po’ spettrale, dove non si usa la rete, dove i social sono scomparsi e proibiti, e rappresenta l’epitome di quel potere soft democristiano che in realtà è già tramontato da tempo. Sembra di essere ancora in un film come “La Cina è vicina”, il potere prima di Internet: la destra al comando, un’isola democristiana dove la Chiesa, il vescovado, avevano un peso enorme, con tanti giovani assunti dalle banche cattoliche. Per questo dal film spira una strana aria funeraria, di un’epoca ormai passata. Un’Italietta a sua volta minacciata dalla globalizzazione Ciò detto, bisogna riconoscere che Bellocchio, a settantasei anni, rimane uno dei nostri autori più paradossalmente attuali, nello sforzo di declinare la sua passione libertaria e antirepressiva in tutte le maniere possibili, in questo caso costruendo un cortocircuito temporale tra passato e presente nel nome di un potere che cambia la forma ma non certo la sostanza.

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