Poesia Festival: Sissa e D’Elia al castello di Levizzano per un giro d’Italia in versi
Tanti aspetti del quotidiano e di storie del passato sanno cogliere anche gli ultimi libri di Giancarlo Sissa che ha dialogato con Marco Bini, e di Gianni D'Elia entrambi ospiti al castello di Levizzano
CASTELVETRO. Tanti aspetti del quotidiano e di storie del passato sanno cogliere anche gli ultimi libri di Giancarlo Sissa che ha dialogato con Marco Bini, e di Gianni D'Elia che ha conversato con Roberto Galaverni, ieri mattina al Castello di Levizzano. Brani dell'Eneide di Virgilio, di opere di Teofilo Folengo e di Umberto Bellintani scelti e letti da Alberto Bertoni, hanno fatto da introduzione all“Autoritratto”, un'antologia per un percorso di scrittura dei primi quattro libri, “Poesie 1990-2012” e “Persona minore” di Sissa, anche lui di Mantova (vive a Bologna), come gli autori citati. «Un melodista che si confronta - dice Bini - con il verso lirico e la classicità». Sissa presta attenzione, nel fare versi, alla musica (rima e suono) «per ascoltare ciò che si muove dentro. Mi fanno sorridere quelli che scrivono 35 poesie al mese. La poesia va trattata con grande cautela e sensibilità». Suoi anche i poemi in prosa che mantengono una forte ritmica e melodia, ma danno la sensazione di libertà.
Il mantovano parla anche del legame con Giovanni Giudici che «recitava i versi di poeti del mondo, lavorava i suoi versi con estrema cura. Un maestro che ha potuto contare sulla nostra umiltà. Non come accade per i giovani d'oggi...». Sissa ha tradotto poeti francesi e spagnoli e forti sono state le suggestioni degli autori andalusi, Garcia Lorca e Ramon Jimenez. Dell'operazione di traduzione il poeta ha evidenziato che si tratta di un umilissimi servizio, importante per misurarsi con il lavoro dei grandi.
Con “I fiori del mare” Gianni D'Elia riecheggia Baudelaire, «scrutando nel ventre - sostiene Galaverni - della sua Pesaro, dei colli che si protendono verso il mare, e intrecciando i dati immediati della sua percezione, del suo sguardo, del suo udito, fino a leggere gli orizzonti sociali e politici». I fiori sono le onde, ma anche i rifiuti che le mareggiate portano. “Fiori del nostro mare, aspro e gentile,/ confesse brame, memorie imbandite,/ urbane schiume di una storia ostile,/ di un gran sogno sconfitto in mille vite…”.
«Il libro - afferma D'Elia - è cresciuto in 30 anni. Si veniva da un incubo che è stato il terrorismo. Abbiamo assistito ad una mutazione antropolica e trovare ora in questo paesaggio sconvolto in cui cercare un'armonia dal caos. E la lirica è messa a dura prova». Corrono in questo “canzioniere adriatico” il tema della riviera come figura negativa dell'epoca, ritratto dei vizi, del frastuono, della tragedia del potere, dei migranti sull'atroce onda del Mediterraneo che di loro “sei la tomba” ma anche della rosa che diventa simbolo contro la guerra che non è vita, del rapporto infantile con il mare. Una meditazione che ha una sua religiosità laica di un mistico che guarda alla natura, di un antropologo che guarda alla storia.
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