Gazzetta di Modena

Nell’occhio di Soligno batte il cuore di chi coglie l’umanità dalla malattia

di Gabriele Farina
Nell’occhio di Soligno batte il cuore di chi coglie l’umanità dalla malattia

Il fotografo dedica una mostra alle malattie rare: «Ho cercato di trasmettere forza e positività e ho imparato tanto. Spero che questa mostra faccia riflettere l’Europa sui diritti dei pazienti»

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Il Festival della Lettura per ragazzi Passa la Parola, dopo il successo di Modena, passa a Vignola per il week end di chiusura. Ed è a Vignola che si potranno ammirare le foto di Aldo Soligno, fotografo modenese di grande talento che ha dedicato una retrospettiva alle malattie rare (ci sarà anche la presentazione del libro “Con la voce dei tuoi occhi”, domenica 4 ottobre alle 17 nella Sala dei Contrari).

Una mostra dedicata alle vite rare. Cosa l'ha incoraggiata nella scelta?

«I pazienti affetti da patologie rare devono affrontare ogni giorno difficoltà inimmaginabili, eppure non c’è stata una famiglia che non mi abbia accolto con il sorriso e che non mi abbia stupito per la forza e la tenacia con cui affronta la situazione in cui si trova. Ho avuto la fortuna di vivere vari giorni con ognuna delle famiglie incontrate e sono diventato ogni volta parte di esse. Mi hanno accolto di volta in volta come un fratello, figlio, amico d’infanzia. Hanno condiviso con me i loro momenti più duri e quelli più felici, mi hanno permesso veramente di capire qual è la ricchezza dell’umanità. Quello che ho cercato di fare con questo progetto è stato trasmettere a chi non poteva essere li con me quello che queste persone mi trasmettevano, la loro forza e la loro positività nonostante le insormontabili difficoltà che si trovavano a dover affrontare ogni giorno. Per tutti questi motivi e per la forza e la determinazione che queste persone mostrano credo che per me, Genzyme, società del Gruppo Sanofi e la Federazione Italiana malattie rare Uniamo sia quasi un dovere cercare di diffondere il loro messaggio».

Nella mostra vi sono immagini di cittadini europei provenienti da centri grandi e piccoli. Tra essi c'è Modena. Che percezione pensa che possano avere di loro gli abitanti? Sono realtà conosciute?

«Io spero che questa mostra possa diffondere due messaggi: da un lato far conoscere una realtà che non è assolutamente conosciuta, in particolare cercando di mostrare tutte quelle sfaccettature della condizione di malato raro a cui generalmente non si pensa. Dall'altro vorrei che questo lavoro possa anche far riflettere sul concetto di Unione Europea in quanto unione di diritti, in questo caso del paziente, ancora ben lontana dall'essere uniformata ed espressa in tutto il suo potenziale. Vorrei che lo spettatore guardando le immagini possa provare empatia verso il paziente in quanto persona, indipendentemente dalla sua provenienza».

La scelta di raccontare la quotidianità di persone speciali sembra dare allo spettatore l'idea che ogni giorno sia unico. Condivide l'analisi?

«Ogni giorno è unico perché unica sarà anche la battaglia che quel paziente dovrà andare ad affrontare. Purtroppo per la gran parte delle malattie rare si conosce molto poco dal punto di vista medico e questo comporta una sperimentazione continua sia del paziente su se stesso, per cercare di capire come relazionarsi al meglio nei confronti delle limitazioni a cui la malattia lo costringe, sia del medico sul paziente per cercare di avere sempre maggiori informazioni e possibilità di cura da intraprendere. In questo senso ogni giorno diventa unico».

Nell'arco della sua carriera ha raccontato storie da diversi continenti, spesso da luoghi difficili. C'è un'immagine che, più di altre, le è rimasta impressa?

«Sicuramente ce ne sono molte, ma forse quella che mi viene in mente per prima è anche quella che forse è la mia foto più conosciuta. Quella di una casa nella striscia di Gaza alle cui spalle un tramonto rosso fuoco riporta alla mente l'operazione militare Piombo Fuso che si era conclusa appena pochi giorni prima con più di 1400 palestinesi rimasti uccisi nel conflitto».

Quale pensa che possa essere la caratteristica principale dei suoi scatti?

«Nei miei servizi mi trovo a raccontare storie e situazioni tra le più disparate. Quello che cerco sempre è di realizzare una foto che non giudichi, ma che permetta allo spettatore di capire e comprendere il soggetto che sto ritraendo. Per fare questo ovviamente devo fare anch’io la stessa cosa, che si tratti degli omosessuali ugandesi ricercati dallo stato o dei gruppi neonazisti svedesi. Penso che quello di cercare di comprendere il punto di vista dell’altro senza giudicarlo, anche quando questo è letteralmente all’opposto rispetto le tue opinioni, sia uno dei migliori esercizi che mi sento di consigliare a chiunque e penso che possa essere anche considerata la caratteristica principale dei miei lavori».

Quando si pone dietro alla macchina fotografica ha già un'idea dell'immagine che intende catturare o preferisce farsi guidare?

«Fare fotogiornalismo vuol dire studiare un tema, cercare di comprenderlo ed entrarvici il più in profondità possibile cercando di riportarlo agli altri attraverso un’immagine la più completa ed onesta possibile. Lavorando in questo modo in genere già prima di cominciare a scattare si ha un’idea abbastanza precisa della tipologia di immagini che si andrà a raccogliere, fa parte della professionalità del lavoro. Detto questo, ovviamente quando ci si trova sul posto ed insieme ai soggetti non si sa mai quello che può accadere».

Ha un modello di riferimento tra i suoi colleghi?

«Certo, Salgado è uno dei fotografi che ammiro di più. soprattutto per la sua capacità di progettare e realizzare magistralmente progetti lunghi e complessi».

Lei ha girato tanto il mondo. Che idea si è fatto della nostra città a livello culturale?

«Ho girato molto il Medio Oriente, l’Africa, l'India, il Sud America, l’Europa ed ora vivo a New York. Ovviamente è impossibile realizzare un vero paragone, soprattutto tra Modena e New York che sono due realtà completamente differenti. Però posso affermare con certezza che senza l’ufficio Giovani D’arte, la Fondazione Fotografia, la Galleria Civica ed il Palazzo dei Musei sicuramente non sarei diventato il fotografo che sono ed avrei avuto un percorso molto più complesso per diventare un professionista a livello internazionale. Devo inoltre dire che lo stesso progetto sulle malattie rare, è stato possibile solo grazie al supporto dell’azienda di biotecnologie del gruppo Sanofi, Genzyme, la cui sede italiana si trova proprio a Modena. Devo quindi dire che la mia città e la sua l’effervescenza culturale ed imprenditoriale sono stati il bacino migliore per me per crescere».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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