La Cecla e Bregola: la cultura del cibo come valore sociale
CARPI. Si è parlato di cultura del cibo e del rischio che si perda di vista il suo aspetto sociale, nel tardo pomeriggio di ieri, nella splendida cornice del Cortiletto nord di Palazzo dei Pio...
CARPI. Si è parlato di cultura del cibo e del rischio che si perda di vista il suo aspetto sociale, nel tardo pomeriggio di ieri, nella splendida cornice del Cortiletto nord di Palazzo dei Pio quando, insieme all'antropologo Franco La Cecla, Davide Bregola, direttore artistico della Festa del Racconto, ha presentato “Seminare storie. Carpi e la cultura del cibo”, il volume che raccoglie le esperienze del territorio con il cibo inteso come socialità, tradizione, memoria e cultura. Il libro riunisce le testimonianze di tre gruppi sociali del territorio che, attraverso il cibo, raccontano la storia della tradizione locale. «Noi rischiamo di perdere di vista l’aspetto sociale del cibo. – ha esordito La Cecla - La mediatizzazione della cucina è talmente forte, oggi, che dimentichiamo che la cucina stessa è una creazione conviviale, domestica, intima. Noi, in Italia, però abbiamo una speranza: siamo, infatti, una civiltà del mangiare. Qualcosa che in America non esiste ancora. In buona parte di Europa, poi, la gente non sa più mangiare. La nostra grande fortuna è che noi abbiamo ancora una cucina domestica, “di mamma”, ed è quello che ci differenzia dal resto del mondo e ci rende l’eccezione da questo punto di vista. Questo è legato al nostro sistema domestico: la famiglia è una struttura allargata, composta da più persone, non del tutto mononucleare». La Cecla ha poi citato il libro di
Massimo Zamboni, “L’eco di uno sparo”, come esempio di un bellissimo racconto di famiglia allargata. «Quando Zamboni espone la vita degli anni Trenta e Quaranta è di una bellezza straordinaria, ricostruisce il tessuto umano che si ricreava e radunava nelle famiglie. – aggiunge l’antropologo - Cerchiamo di non perderlo». Davide Bregola ha poi illustrato «la mappatura del pensiero attraverso quello che si mangia – ha evidenziato il direttore artistico, sottolineando diversi aspetti del volume - Nel libro c’è un ricordo di Berlinguer, estimatore della cucina emiliana a tutto tondo e protagonista di aneddoti legati ai nostri piatti”. (s.a.)
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