Gazzetta di Modena

UNA NOTA DI ANDREA GIUNTINI

Conflitto e declino irreversibile di ogni visione eurocentrica

Nessuna guerra è priva di fondamento. Radici anche assai profonde motivano nella storia qualsiasi conflitto. Quando nell'estate del 1914, al termine di una frenetica mobilitazione durata qualche...

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Nessuna guerra è priva di fondamento. Radici anche assai profonde motivano nella storia qualsiasi conflitto. Quando nell'estate del 1914, al termine di una frenetica mobilitazione durata qualche settimana, l'Europa e il mondo precipitarono nel gorgo, dal quale sarebbero usciti soltanto più di quattro anni dopo, in tanti non compresero il perché di quella improvvisa drammatica accelerazione.

In un recente libro di successo, uno storico prestigioso li ha definiti "sonnambuli", smarriti e incapaci di comprendere di fronte ad un'epoca che stava per volgere al tramonto. Eppure il mondo della Belle Époque, in continuità con gli ultimi decenni dell'Ottocento, non era il peggiore fra quelli possibili.

L'integrazione economica, i flussi commerciali e quelli di capitali avevano raggiunto livelli talmente elevati da far definire quell'epoca "prima globalizzazione"; e i benefici economici non erano riservati alle solite note potenze ottocentesche, al contrario quella fase precoce di globalizzazione toccava aree del pianeta a lungo escluse da qualsiasi logica di sviluppo. Non solo, ma il sistema dei trasporti e delle comunicazioni stringeva il pianeta come avvinto in una rete, segnando rimarchevoli miglioramenti dello stato complessivo della mobilità di merci e persone e della trasmissione di tecnologia, conoscenze e notizie.

Una società internazionale convergeva su più elevati standard di vita, acquisizioni che toccavano anche le sempre più numerose e consapevoli classi operaie dei paesi che andavano industrializzandosi. Nelle città aumentavano i ritmi di vita, rendendole frenetiche ed attraenti. Emancipazione femminile e democrazia erano espressioni nuove e convincenti. Stavano irrompendo le masse sulla ribalta di un palcoscenico, che ancora manteneva l'ottimismo delle "magnifiche sorti e progressive" del secolo precedente. La grande Esposizione parigina, chiamata ad aprire trionfalmente il nuovo secolo, rispecchiava i progressi di un mondo ancora diviso fra ricchi e poveri, fra bianchi e razze inferiori, ma indubbiamente più prospero nel suo complesso.

Al contempo non mancavano le contraddizioni e pericolose tensioni attraversavano il pianeta, minacciandone la pace apparente. Se è vero che era dal 1870 che due grandi potenze non si scontravano, occorre però valutare pienamente, cosa che all'epoca fecero in pochi, i molti inquietanti focolai, che già incendiavano il globo: Regno Unito e Paesi Bassi non erano riusciti ad evitare la guerra nell'Africa meridionale, nel 1905 in modo del tutto inaspettato il Giappone si era imposto nel conflitto contro la Russia, qualche anno dopo la Cina compiva un passo decisivo della propria storia; e poi ancora la conquista della Bosnia da parte dell'Impero Austro-ungarico, l'avventura italiana in Libia, le guerre balcaniche. Segnali di un sistema che cominciava a scricchiolare; la grande illusione del pacifista Norman Angell, di poter risolvere cioè con la guerra le sfide che covavano sotto la cenere, cominciava in realtà a trasformarsi in una possibilità non così remota.

Quando nel 1912 la nave più possente del mondo, il Titanic, affondava al largo di Terranova sembrava quasi prendere corpo una punizione divina nei riguardi della volontà di potenza umana, che si rifletteva anche in una folle corsa ad armamenti sempre più sofisticati. Di chi fu la colpa, se colpe ve ne furono; quanto gli storici si sono accapigliati per individuare le responsabilità e poi per assegnare la palma del vincitore: chi davvero poteva dirsi tale, i paesi che stavano di qua dal tavolo delle trattative trascinatesi a Versailles per mesi, approdando poi ad uno degli errori storici più marchiani? Il profilo dei topoi è ben noto: la risolutezza dei francesi, il moderatismo degli statunitensi, il vittimismo degli italiani, la disperazione dei tedeschi, che umiliati dal trattato di pace hanno tradotto la propria voglia di riscatto nell'elezione di Hitler nel 1933. Le ragioni esistenti, gli scopi conclamati e le prese di posizione dei contemporanei vanno compresi, benché ai nostri occhi talvolta manchino di un fondamento logico, anche nel rispetto di quanti con convinzione dettero la propria vita per dei principi che ai noi cittadini del ventunesimo secolo sembrano inammissibili. Non aveva torto Benedetto XV quando definì il conflitto in corso "un'inutile strage", ma dobbiamo anche riconoscere legittimità a chi per quegli ideali decise di battersi, persuaso di militare dalla parte dello spirito contro il materialismo, in ultima analisi per il bene contro il male.

Non furono "gli ultimi giorni dell'umanità", come scrisse Karl Kraus, ma la guerra fu comunque un grande spartiacque epocale, che aprì le porte alla definitiva modernità del mondo. Giustiziera di un mondo ormai destinato a sparire, seppellito sotto una montagna di cadaveri di soldati in gran parte ignari del perché fossero mandati a morire, ma che avrebbe ancora penato a lungo prima di trovare un nuovo equilibrio. Secondo la celebre definizione di Eric Hobsbawm iniziava il "secolo breve", liberato dai tre Imperi crollati e con un grande paese in procinto di sperimentare per la prima volta l'ideologia comunista. Molte furono le conseguenze anche di lungo periodo, ma a ben vedere uno dei principali insegnamenti che quel grande evento bellico ci consegna sta nel riconoscere un dato imprescindibile: da quel momento in poi la storia non si identifica più esclusivamente con la parabola dell'occidente, al contrario il momento dell'inizio del XX secolo segna l'avvio irreversibile del declino europeo e della visione eurocentrica in una nuova prospettiva globale.

Andrea Giuntini

docente del Dipartimento

Economia “Marco Biagi”

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