Gazzetta di Modena

La conquista del benessere degli italiani: i primi passi

di GIOVANNI VECCHI

di GIOVANNI VECCHI Ci sono eventi che accadono senza che si riesca a percepirne lo svolgimento, senza che si riesca a coglierne la portata. Nel caso dell'Italia, l'unificazione amministrativa e...

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di GIOVANNI VECCHI

Ci sono eventi che accadono senza che si riesca a percepirne lo svolgimento, senza che si riesca a coglierne la portata. Nel caso dell'Italia, l'unificazione amministrativa e politica del paese, nel 1861, sembrò consolidare unprocesso di sviluppo economico che era già in corso. Non provocò grandi sobbalzi sul piano economico. In capo a cinquant'anni, tuttavia, poco prima che la Grande Guerra mandasse tutto in frantumi, l'Italia aveva cambiato i propri lineamenti. Degli osservatori contemporanei, pochi ne ebbero piena consapevolezza. L'economia della penisola era in fase di declinoda che era calato il sipario sui fasti rinascimentali.Il Seicento e il Settecento furono secoli bui. L'arretratezza economica implicava, per la maggior parte dei sudditi nel neonato Regno d'Italia, condizioni di vita prossimealla mera sussistenza. La fame restava un tormento quotidiano per molti, forse oltre il 60% della popolazione. Le vite degli italiani erano faticose oltre che brevi -la speranza di vita alla nascita non superava i 30 anni. Nessun paese del mondo di oggi registra valori così bassi, neppure negli angoli più poveridell'Africa (il minimo è in Sierra Leone, con 45 anni).Gli italiani erano inoltre ignoranti come pochi altri popoli europei - il tempo trascorso mediamente fra i banchi di scuola era meno di un anno (!),a fronte di oltre 5,5 anni nei paesi leader (Stati Uniti e Germania); meno di quanto si registrava in paesi più poveri, per esempio in Spagna (2.4) o in Grecia (1.5). A partire dal secondo dopoguerra, l'attenzione degli storici economici si è concentrata sulle modalità e sui tempi con cui l'Italia riuscì a industrializzarsi: poca o punto attenzione fu rivolta all'andamento degli indicatori di benessere appena ricordati. Fu il Prodotto Interno Lordo (Pil) a occupare il centro del palcoscenico, e la storia che ne è seguita ritrae un paese che ha stentato a lungo prima di decollare.Fra il 1861 e lo scoppio della Grande Guerra il Pil per abitante crebbe a un tasso annuale medio inferiore all'1% - una velocità che richiede quasi 80 anni affinché il Pil raddoppi. Solo con l'avvicinarsi del Novecento, con i governi di Giolitti, si assisté a una accelerazione del Pil e con essa alla trasformazione strutturale del paese.

Alcune ricerche recenti ci dicono che la storia del Pil per abitante non coincide con quella del benessere degli italiani.Già nel 1968 Robert Kennedy, fratello del presidente americano (JFK), aveva espresso magnificamente il fatto che "il PIL misura tutto, tranne ciò per cui la vita vale la pena di essere vissuta". Le nuove stime rivelano chedurante lo stesso lasso di tempo in cui Pil aumentava blandamente, la dieta degli italiani migliorava vertiginosamente e con essa le condizioni di salute. Al primo giubileo del 1911, la speranza di vita degli italiani (46 anni) aveva quasi agganciato quella della ricca Francia. Se il numero di anni passati a scuolanon aumentò altrettanto spettacolarmente, crollòl. a diffusione del lavoro minorile. Diminuì la disuguaglianza dei redditi e con essa la povertà assoluta.

Insomma, la grande globalizzazione di fine Ottocento, quella a cui l'Italia volle e seppe partecipare,si accompagnò a un netto miglioramento delle condizioni di vita, soprattuttodegli italiani meno abbienti. Il Pil lo lasciava intuire, ma ne nascondeva l'entità.La lezione che ci consegna la storia, dunque è quella di alzare lo sguardo e tenerlo alto, per vedere oltre il Pil.

* docente

Dipartimento di Economia

Università di Roma Tor Vergata

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