“Everest”, un’opera tra spettacolarità e realismo
L’islandese Kormakur racconta la tragica spedizione del 1996 con un film che è anche un monito
EVEREST di Baltasar Kormakur. Regno Unito/Usa 2015
Alla Mostra di Venezia è stato mostrato con la nuova tecnologia del 3D al laser, ed è stato un vero spettacolo. Anche con un 3D “normale”, comunque, è sempre un gran bel vedere. Diretto dall’islandese Kormakur, un tizio che è attore, produttore e regista e la cui opera globale abbraccia il teatro, il cinema e la televisione, il film ricostruisce la tragica spedizione sull’Everest del 1996, quando un’improvvisa bufera sorprese una cordata, uccidendo otto alpinisti. Una storia vera, tratta da vari libri di sopravvissuti, incluso “Aria sottile” di Jon Krakauer, l’autore di “Into the Wild”, da cui Sean Penn trasse l’omonimo film. La lavorazione del film è stata difficile, ma entusiasmante, tra Himalaya e Dolomiti, in alta quota, alla vecchia maniera, con effetti speciali al minimo. Fin dall’inizio la parola d’ordine è stata autenticità, costruendo il racconto nei minimi dettagli per descrivere cosa significhi scalare nelle condizioni più dure. Acclamato dalla critica nella natia Islanda, Kormakur si muove con abilità nel cinema drammatico e d’azione, avendo già diretto “101 Reykjavik” e “A Little Trip to Heaven”. Le sue radici gli hanno dato famigliarità con i climi freddi. Dopo “Contraband”, ha girato “The Deep”, storia tragica dell’unico sopravvissuto al naufragio di un peschereccio, che ha svelato il suo talento nell’affrontare elementi fisici estremi. Il potere di Madre Natura, vulcani e valanghe fanno parte del suo Dna. Kornakur pare attratto dagli individui che affrontano gli aspetti più difficili e ardui della natura e da come essi rivelino la propria personalità in modi sottili. Ha voluto portare gli spettatori fino in cima all’Everest per mostrare la montagna in un modo finora impossibile, creando allo stesso tempo un’intimità tra i personaggi che è raro trovare nei grandi film hollywoodiani. Anche se il tema è la conquista, il racconto è anche un monito. La cima più alta del mondo diventa la metafora di tutte le ambizioni più alte e del bisogno di bilanciarle con la famiglia. La distanza tra montagna e casa è immensa, e le due cose spingono in direzioni opposte. Kornakur si sforza di onorare le persone che hanno perso la vita inseguendo un sogno con una prospettiva equilibrata, senza giudicare o criticare decisioni e comportamenti. L’affollamento sull’Everest è sempre stato un problema: in quel fatidico giorno c’erano ben 34 scalatori, ma era impossibile prevedere l’arrivo improvviso di una violenta tempesta dopo quelle che sembravano essere condizioni ideali per l’ascesa. Rob Hall, la guida, era in piena forma, ma la guida sulle vette più elevate era ancora in una fase iniziale e qualche volta i pionieri non sopravvivono ai parametri ambientali. Per comprendere il loro ambito mentale, Kornakur ha letto documenti, parlato con scalatori, viaggiato sull’Everest e in altre località esotiche. I risultati si vedono.
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