Gazzetta di Modena

«Il mio Giulio? Un romanzo non un trattato di sociologia»

di Michele Fuoco
«Il mio Giulio? Un romanzo non un trattato di sociologia»

Lo scrittore oggi alle 17.30 incontra il pubblico per presentare il suo ultimo libro “Ognuno potrebbe” il titolo della storia di un 35enne alle prese con la precarietà

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MODENA. È con Michele Serra, oggi alle 17.30, il primo appuntamento degli eventi letterari d'autunno al Forum Monzani. Il fondatore, nel 1991, del settimanale satirico “Cuore”, che da anni è firma eccellente di “la Repubblica” e “L'Espresso”, sarà a Modena nella veste di scrittore, autore del romanzo “Ognuno potrebbe”, pubblicato da Feltrinelli. Dello stesso editore “Gli sdraiati” del 2013, con cui Serra è stato in vetta alla classifica delle vendite. Serra ha anche scritto testi teatrali per Antonio Albanese, Luca De Filippo, Beppe Grillo, Claudio Bisio, Milva, David Riondino e Andrea Brambilla. Ha lavorato in televisione con Adriano Celentano, Gianni Morandi, Luciana Littizzetto e Fabio Fazio. È autore anche di due raccolte di poesie pubblicate sempre da Feltrinelli: “Poetastro” del 1993 e “Canzoni politiche” del 2000.

Nel suo nuovo romanzo che vede protagonista Giulio, antropologo ricercatore di 36 anni sempre più consapevole del suo stato di precarietà, si può leggere non solo il disagio individuale di un giovane, ma anche quello della generazione di 35enni?

«Non mi permetterei mai di parlare a nome di una generazione. Sono solo uno scrittore e ho solo raccontato una storia, la storia di Giulio che è solamente Giulio. La letteratura non è sociologia. È letteratura, bella o brutta che sia».

Si può avvertire pure il senso dell'incomunicabilità tra i giovani, nonostante l'imperante narcisismo digitale che Giulio pare non comprendere, anche se cataloga video dove i calciatori esultano per le loro prodezze?

«Giulio teme che l'iperconnessione distolga dalla realtà materiale. Come lui dice, ha paura che “il lontano diventi più importante del vicino”. Non è un problema che riguarda un'età o una generazione. Mi sembra un problema che riguarda tutti».

La pianura una volta industriale, ormai senza vita, in cui Giulio si aggira, trova un possibile corrispondenza con il “deserto” del suo stato di inoperosità?

«Ho immaginato un mondo “fermo”, che la crisi ha congelato. Forse è una forzatura letteraria. Forse non corrisponde allo stato delle cose, e dell'economia, che è meno catatonica di come la descrivo nel mio libro. Ma nel mio racconto, e nello sguardo di Giulio, il mondo è immobile. Il tempo anche».

La condizione di Giulio è di immobilità o di ribellione?

«Di ribellione all'immobilità. Anche se non sa bene da che parte cominciare, per ribellarsi. Ho pensato a un possibile “lieto fine”, ma mi sembrava forzato, mieloso. Ho preferito lasciare che la fine assomigliasse all'inizio. Tutto fermo. Niente che riparte».

In che misura la riflessione sul tempo, che passa per lui incapace di realizzare qualcosa di importante, e prodigo di successi per tanti altri, determina la sua insicurezza?

«Beh, gli anni che passano non aiutano a consolarsi o a darsi qualche certezza, se si è precari, se non si ha ancora identità sociale, se non si trova sbocco. Però non direi che Giulio sia così insicuro. È lucido. È amaro. È insofferente. Questo sì».

“Ognuno potrebbe”: è un invito o una possibilità di cui noi tutti dovremmo avere coscienza?

«Sì, credo che lo sia. Nel libro, però, è una possibilità inespressa, non raccolta. Ma incombe. Da qualche parte esiste. Va e viene, come i cinghiali che appaiono e scompaiono in diversi punti del racconto».

Il clima di questo romanzo sembra riflettere quello dell'inquietudine esistenziale di Sartre e Camus...

«Mah, non saprei dire. Sartre non l'ho mai letto. Camus sì, è un grande scrittore tragico. Io forse sono condannato a un quid di comicità che mi impedisce di credere fino in fondo in un esito tragico delle cose, men che meno in un modo di raccontare che non sia continuamente interrotto dal sentimento del ridicolo. Che in me è inestirpabile. Trovo ridicolo anche me stesso».

La scrittura del romanziere coesiste con quella del giornalista?

«Con qualche fatica. Il cambiamento di registro non è sempre agevole. Ma non devo lamentarmi, se non avessi fatto il giornalista forse non sarei mai arrivato a essere uno scrittore. Ammesso che lo sia».

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