Una ricognizione intercontinentale dell’arte teatrale
MODENA. Anche quest’anno “Vie Festival” non delude le aspettative di una ricognizione sullo stato dell’arte teatrale contemporanea, sempre più allargata a livello intercontinentale. Giunti alla metà,...
MODENA. Anche quest’anno “Vie Festival” non delude le aspettative di una ricognizione sullo stato dell’arte teatrale contemporanea, sempre più allargata a livello intercontinentale. Giunti alla metà, o poco più, della programmazione, possiamo dire di aver assistito a spettacoli fortemente eterogenei, testimonianze di realtà sicuramente diverse tra di loro; non sempre capolavori, naturalmente, ma anche nel caso della “Danza del Tè” della cinese Nanfang Song and Dance Company, così distante dal nostro modo di intendere lo spettacolo, non è possibile non cogliere il valore antropologico dell’operazione, per quanto risulti percepibile la vocazione propagandistica di un simile allestimento. Viceversa, parlando di spettacoli come “Répétiton” di Pascal Rambert o “King Arthur” dei Motus ci pare più difficile continuare ad accettare per il primo le sostanzialmente immobili, per quanto sapide, elucubrazioni sull’essere e sulla rappresentazione, e per il secondo la reiterazione di ormai trite modalità espressive, come plausibili prospettive di rinnovamento dell’arte scenica. Strepitoso, invece, si è rivelato lo spettacolo simbolo del teatro argentino indipendente, “El loco y la camisa” di Nelson Valente, una commedia dal fondo amarissimo in grado di parlare di noi, della famiglia, della diversità con una profondità, un’efficacia minimamente intaccate dalla leggerezza del racconto. Leggerezza che è parso il tratto distintivo di “Fenetres” e “Baron Perchès”, i due appuntamenti con Mathurin Bolze, che Franco Quadri definiva “l’uomo senza gravità”, in effetti apparentemente capace di contraddire ogni logica fisica circa la presenza di un corpo nello spazio. Sia nel primo, affidato all’interpretazione di Karim Messaoudi, che nel secondo, eseguito in coppia, Bolze conferma la propria capacità di esprimere una quantità incredibile di sensazioni, di emozioni, muovendo i corpi in un immaginario sospeso dove la fantasia surclassa le leggi della fisica, lasciando senza fiato quanto divertito lo spettatore di fronte a quelle che parrebbero le iperboli di un sogno. Alla dimensione onirica si rifà pure l’interessante, convincente installazione sensoriale di Gabriella Salvaterra, “Dopo”, percorso poetico ove una ridda di immagini e di simboli sollecitano lo spettatore ad un’introspezione che conduca alla consapevolezza di ciò che si è, esattamente come accade in “MM&M”, l’ennesimo lavoro del duo Cuocolo/Bosetti che interrogandosi sul valore introspettivo dell’autobiografia guida lo spettatore in un viaggio dolce/amaro tra presente e passato, tra realtà e finzione. E, quasi senza accorgercene, siamo così passati attraverso quasi tutti i continenti, in virtù della condivisione della scelta dell’atto teatrale come forma espressiva.
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