Gazzetta di Modena

bilancio di fine festival

“Vie”, sale piene e grande qualità per il viaggio nel contemporaneo

di Andrea Marcheselli
“Vie”, sale piene e grande qualità per il viaggio nel contemporaneo

MODENA. A conclusione dell'edizione 2015 di “Vie Festival” una prima considerazione potrebbe riguardare gli spettatori: non siamo in possesso di dati ufficiali, ma l'impressione è stata quella di...

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MODENA. A conclusione dell'edizione 2015 di “Vie Festival” una prima considerazione potrebbe riguardare gli spettatori: non siamo in possesso di dati ufficiali, ma l'impressione è stata quella di vedere teatri per lo più affollati, con un pubblico peraltro quasi sempre molto soddisfatto. Questo smentisce lo stereotipo di una partecipazione esclusivamente elitaria ai cosiddetti spettacoli “di ricerca”, e nel contempo dimostra come il lungo lavoro effettuato sul territorio da Emilia Romagna Teatro con le sue molteplici iniziative abbia portato alla creazione di una platea che non esita a misurarsi con esperienze nuove, diverse. Anche quest'anno, infatti, il festival si è rivelato una convincente istantanea sullo stato della ricerca teatrale, portando nei nostri teatri spettacoli anche molto distanti dalle nostre convenzioni espressive, come ad esempio il “Faust” riletto dalla Compagnia dell'Opera di Pechino. Diretto dalla giovane regista tedesca Anna Peschke, rappresenta un'ipotesi di confluenza fra l'alfabeto gestuale della recitazione estremo orientale e temi culturali più propriamente occidentali che, nello specifico, ha mostrato di poter possedere forti potenzialità comunicative. Il mito faustiano rivestito dei colori, dei suoni, dell'espressività pechinesi ha assunto tonalità decisamente originali ma di forte impatto soprattutto per la bravura straordinaria degli interpreti cinesi, capaci di evocare sfumature infinite con sguardi e gesti minimali. In conclusione, è lo spettacolo che ci ha convinto di più in un finale di festival che presentava due degli appuntamenti più altisonanti della rassegna: “Go down, Moses”, di Romeo Castellucci, e “En avant, marche!” di Franck Van Laecke e Alain Platel. Il primo è l'ennesimo esercizio di stile di un artista quasi idolatrato da certa critica ma che da anni produce soprattutto elaborati quadri manieristi, ricchissimi di citazioni e rimandi culturali che, come in questo caso, tendono ad avvilupparsi in inestricabili meandri solipsistici, dalla perfezione tecnica cui però corrisponde una fatuità di contenuti come in talune accademie pittoriche cinquecentesche. Lo spettacolo franco-belga, invece, reca la firma di Platel ma rimane assai distante da capolavori come “Bernadetje” o “Iets op Bach”, dei quali ha mantenuto la struttura corale, l'analisi sociale e la celebrazione del ruolo della musica nell'esistenza umana, ma non l'intensità emotiva e la ricchezza dei contenuti. Allestimento quasi perfetto nel disegno complessivo e nell'esecuzione (ottima anche la performance della Banda A. Ferri della Città di Modena), vede sul palco interpreti di grande spessore ma solo a tratti riesce a decollare come metafora dell'esistenza costruita attorno all'idea della banda musicale come modello di indispensabile condivisione degli obiettivi. Come talvolta accade, creazioni meno pretenziose, come la ricerca drammaturgico/metalinguistica, sul filo dell'ironia, di “Illusioni”, della giovane compagnia italo- russa Big Action Money, sono risultate più persuasive in questo festival che ha confermato la vocazione a proporre una panoramica sulla pluralità dei linguaggi che caratterizzano il teatro contemporaneo ed ancora una volta ne è uscito brillantemente, per ricchezza e spessore dell'offerta artistica generale presentata, fra cui non possiamo non ricordare ancora una volta i lavori di Mathurin Bolze, Nelson Valente, Levan Tsuladze o Maguy Marin.

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