Gazzetta di Modena

“Black Mass”, gangster movie sull’animo umano

di Alberto Morsiani
“Black Mass”, gangster movie sull’animo umano

A ispirare il lavoro di Cooper presentato a Venezia un fatto vero accaduto a Boston negli anni ‘70

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BLACK MASS di Scott Cooper

Presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, il film è un gangster movie di un certo livello, che ricostruisce una vicenda vera. Nella zona sud di Boston, negli anni Settanta, l’agente John Connolly convince il mafioso irlandese James “Whitey” Bulger a collaborare con l’Fbi per eliminare un nemico comune: la mafia italiana. Un’alleanza scellerata, che permette a Bulger di fare il comodo suo, consolidando il proprio potere e diventando uno dei gangster più spietati e potenti della storia di Boston, e al suo “alleato” Connolly di riempirsi le tasche di soldi. Un intreccio già visto e però raro nel gangster movie (vedi alla voce Scorsese), dato che il canovaccio puro del genere vede invece il gangster come incarnazione delle forze del male che la società cerca di sopprimere. Scrisse Roland Barthes nel suo “Miti di oggi”: “I gangster sono come gli dèi: un cenno del capo e il destino si compie”. Johnny Depp è bravo nel rendere questa impassibilità cosmica, l’essenzialità del gesto che decide della sorte di un nemico o di un amico. Una sfida ardua, quella del gangster movie, un genere che tanti capolavori ha sfornato a partire dagli anni Trenta. Però il giovane - di carriera - Cooper (è nato in Virginia nel 1970 ma ha esordito solo nel 2009 con “Crazy Heart”, che venne candidato a tre Oscar vincendone due, cui ha fatto seguito nel 2013 il thriller indipendente “Il fuoco della vendetta”) riesce a cavarsela, giocando abilmente sulle complicazioni della trama. Infatti, Bulger ha un fratello che è un politico potente e temuto, che in parte lo protegge e in parte se ne tiene alla larga, per non venirne distrutto, ed anche il poliziotto era stato amico d’infanzia dei due. Un complicato gioco di alleanze, amicizie e tradimenti che si colora di sfumature etniche: il clan degli irlandesi contro i mangia spaghetti italiani. Insomma, un sacco di materiale, che viene immerso nelle strade squallide dei quartieri meridionali di Boston e svolto con un stile raggelante, freddo. Il passato dei tre personaggi centrali ha ricadute fatali e violente, e porta non solo al più grande scandalo nella storia dell’Fbi, ma anche a quella ben conosciuta situazione in cui criminali e uomini della legge non sono più distinguibili quanto a metodi e scopi. Da questo punto di vista, il film non tanto cerca di issarsi al livello dei grandi classici del genere (impresa in pratica impossibile), quanto di svelare nel percorso alcune verità eterne dell’animo umano. Non è dunque la risoluzione dell’intrigo che conta, o la punizione dei colpevoli, quanto il garbuglio di verità e finzione, di interesse e solidarietà, di egoismo e amicizia che si impadronisce di ciascuno dei tre protagonisti maschili (la presenza femminile è di contorno). In altre parole: viene dipinto non tanto un mondo in cui ai criminali può capitare di rivelarsi umani, quanto un mondo, al contrario, in cui agli umani può succedere di diventare dei criminali.

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