La buona domenica/ La beatitudine nella disarmante perseveranza del bene
“Beati” (Mt 5,3). Non era ancora trascorso il primo millennio di vita che si sentiva nella chiesa l'esigenza di celebrare in un'unica festa tutti i santi.
di don Luca Balugani
“Beati” (Mt 5,3). Non era ancora trascorso il primo millennio di vita che si sentiva nella chiesa l'esigenza di celebrare in un'unica festa tutti i santi. La consuetudine era iniziata molto presto, anche perché il culto dei defunti era iniziato a partire dal fatto che erano dei martiri. Tuttavia in molti casi era impossibile determinare chi e quanti fossero i martiri, quindi capitava di frequente di raccoglierli tutti insieme. La chiesa ha poi scelto di accompagnare la Liturgia dei santi con uno dei brani evangelici più belli e più difficili ossia quello delle beatitudini. La difficoltà non è tanto dal punto di vista interpretativo, ma proprio nel metterlo in pratica. Si tratta del primo dei grandi discorsi che contrappuntano il vangelo di Matteo, costruito come una cattedrale su cinque pilastri, ossia altrettanti discorsi.
Questo, cosiddetto della montagna, ci consegna che Gesù sentisse la necessità di staccarsi dalla quotidianità delle abitazioni, per elevarsi in un luogo 'altro' rispetto alla vita ordinaria. Le beatitudini non sono parole che si possono pronunciare a partire dalla vita di tutti i giorni e dall'ordinarietà delle case, perché presentano un orizzonte che non può derivare dalle pratiche comuni. Povertà, mitezza, fame di giustizia nonostante la persecuzione, purezza di cuore... non sono sicuramente il frutto di quanto vediamo ogni giorno, ma ci proiettano in un orizzonte altro, esattamente come la vetta di un monte.
Le parole di Gesù ci offrono tutta la potenza della novità che lui ha portato, sono una melodia che sveglia nostalgie sopite in mezzo allo scorrere del tempo e un senso di grandissima lontananza. Le vicende storiche sembrano raccontare ben altro, eppure alberga nell'intimo dei cuori il sogno di una purezza che talvolta appare impossibile. Ma al contempo sono parole struggenti, che lacerano il quieto vivere di chi sogna una vita senza perturbazioni o una ricchezza che permetta un agio indifferente alle vicende di tanti fratelli. Quello che oggi ascoltiamo è un brano che fa capire come il vangelo (che è la buona notizia di Gesù) non sia giunto a noi per tenerci in pace, ma sia per una beatitudine che sorpassa, che è al futuro, che non si vedrà mai completata fino a quando non abiteremo un'altra terra.
Le parole di Gesù rischiarano la nostra esistenza e fanno ben comprendere come certe “assolutizzazioni” intramondane non abbiano proprio nulla di assoluto: denaro, affermazione che viene dal potere, carriera, sopruso ingiusto, piacere senza inibizioni… insomma tutto ciò che è l'antitesi delle beatitudini, non rappresentano affatto un traguardo beatifico. Sono realtà per nulla eterne e se è vero che le beatitudini di Gesù sono tutte promesse per il futuro, a maggior ragione l'esperienza ci porta a cercare altrove la salvezza rispetto ai miraggi di eternità che certi (dis-)valori mondani illudono di poter dare.
L'ultima beatitudine introduce fin dagli inizi della predicazione di Gesù la profezia della persecuzione. È troppo difficile accettare di essere perseguitati, perché la risposta immediata (peraltro inclusa in alcuni testi biblici come i libri dei Maccabei) ha più a che fare con la vendetta e con la violenza. Una persecuzione è ingiusta, fa arrabbiare e suscita ribellione. Ma per Gesù questa è la più solidale delle esperienze che si possono fare, perché assimila al maestro che è stato pesantemente perseguitato. La santità cristiana è ben lontana dalle immaginette dei santi: e non perché necessariamente si debba passare attraverso la disumana violenza (“nel mio nome”, dice Gesù, mentre a volte la violenza viene operata stupidamente da balordi). Non è neanche una santità vissuta al negativo, come fuga dal peccato, rinuncia a certi piaceri o crociata contro certe storture, il più delle volte banali stupidità. Passa attraverso una disarmante perseveranza nel bene che assume forme diverse a seconda del contesto in cui si vive. Per questo oscilla dalla povertà di spirito alla mitezza, dalla giustizia alla purezza di cuore.
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