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Cederna: «L’orrore della guerra fa capire la bellezza della vita»

di Serena Fregni
Cederna: «L’orrore della guerra fa capire la bellezza della vita»

MIRANDOLA. Questa sera ad inaugurare la stagione dell'Auditorium Montalcini sarà “L'ultima estate dell'Europa”, un racconto sulla Grande Guerra con Giuseppe Cederna che guiderà lo spettatore,...

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MIRANDOLA. Questa sera ad inaugurare la stagione dell'Auditorium Montalcini sarà “L'ultima estate dell'Europa”, un racconto sulla Grande Guerra con Giuseppe Cederna che guiderà lo spettatore, attraverso un monologo, dall'attentato di Sarajevo fino a Caporetto. Uno spettacolo che Cederna ha scritto insieme ad Augusto Golin con la regia di Ruggero Cara che vedrà sul palco anche due musicisti, Alberto Capelli e Mauro Manzoni.

Come è nata l'idea di “L'ultima estate dell'Europa”?

«All'inizio non volevo fare uno spettacolo sulla guerra perché non volevo che questo momento così drammatico diventasse solo una celebrazione, poi il mio amico Augusto Golin è venuto con questa mole di libri e storie e quel materiale era talmente drammatico ed importante che ho iniziato a capire che dovevo raccontare questa storia».

Come è strutturato lo spettacolo?

«Parto da Sarajevo, da quella domenica di giugno 1914, una città che viene attraversata dal corteo di macchine e in una di queste ci sono l'arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie e qui ci sono anche due cellule di giovanissimi attentatori, che sono bosniaci e serbi pronti a morire per la loro idea e riescono nonostante una serie di errori che io racconto. Qui inizia un guerra tremenda, qui c'è un personaggio che emerge da una trincea e con l'aiuto della musica ricorda, quasi non credendo di rivivere, le fasi della storia».

Poi si arriva in Italia…

«Si qui c'era già il Futurismo che aveva messo i germi della guerra e piano piano il personaggio arriva al grande poeta Giuseppe Ungaretti, si leva i vestiti e si immerge nell'Isonzo, sente che l'acqua e la sua forza lo fa rinascere, è un poeta e compone “I fiumi”, la grande opera di Ungaretti, poi entriamo sempre di più nell'inferno con un altro poeta, Carlo Emilio Gadda, siamo a Caporetto e lui racconta la notte terribile in cui assiste alla disfatta. Infine ci troviamo nei giorni nostri, 100 anni dopo e ci immaginiamo questo personaggio che diventa tutti noi, torna e rivede le montagne, scende e mette i piedi nell'acqua del fiume e rende il ricordo a tutti i fanti, sia italiani ma anche austriaci, bosniaci e croati perché anche loro sono spettri e così concludiamo con le parole di Paolo Rumiz».

Cosa si vuole trasmettere attraverso questa storia?

«Se c'è un messaggio è proprio quello che l'uomo non è solo orrore e i momenti più difficili ci fanno dire siamo uomini e possiamo essere creatori di bellezza come sono i personaggi che racconto, capiamo la bellezza della vita tramite l'orrore della guerra».

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