Storie e segreti del mister Trapattoni al Forum Monzani
Giocatore e allebatore vincente, inventore di espressioni diventate tormentoni Gioanin oggi presenta il libro “Non dire gatto” scritto col giornalista Bruno Longhi
MODENA. In principio ci sono stati due mignoli portati ai lati della bocca per emettere uno di quei fischi capaci di attirare l’attenzione di campioni come Platini e Matthäus, poi venne l’aspersione dell’acqua benedetta durante i momenti topici delle partite, seguita dal monologo sull’anagraficamente ambiguo Strunz ed infine quella frase detta durante un’intervista con l’amico Bruno Longhi: “Non dire gatto se non l’hai nel sacco”.
Giovanni Trapattoni è ovviamente molto più di tutto questo, è l’allenatore più vincente della storia del calcio italiano (e se non fosse stato per il terrificante arbitro Moreno, magari avrebbe potuto lucidare anche la Coppa del Mondo tra i suoi numerosi trofei).
Stasera alle 21 al Bper Forum Monzani, il Trap presenterà la sua biografia “Non dire gatto – La mia vita sempre in campo tra calci e fischi” edita da Rizzoli e scritta con l’ausilio del grande amico Bruno Longhi, giornalista Mediaset.
Da sempre abile comunicatore, in qualsiasi idioma ma sempre con un linguaggio suo, completo di gaffe comunque molto impattante, Trapattoni nel suo libro ripercorre quasi sessant’anni di calcio e di storia italiana, svela tanti segreti custoditi per anni negli spogliatoi (dove tutto doveva restare “circonciso tra noi”, cit.) come le discussioni con l’esplosivo Edmundo, o che il 17 è il suo numero fortunato, ma soprattutto fa un viaggio a ritroso fino alla sua infanzia quando inizia a dare calci a quella palla che per lui non è sempre tonda, a volte ha dentro un coniglio.
Da ragazzino per non dare un dispiacere al padre che vedeva il calcio con il fumo negli occhi (“Sudi e ti prendi la tubercolosi!”), finiti gli allenamenti con il Milan andava a lavorare in tipografia. Dopo sedici anni da giocatore in rossonero con all'attivo due Scudetti, due Coppe Campioni e una Intercontinentale, “Gioanin” – come lo chiamava Brera - da allenatore ha reso grande la Juventus in un decennio d’oro, ha guidato l’Inter allo Scudetto dei record, ha vinto il titolo tedesco con il Bayern Monaco in tempi in cui andare ad allenare all’estero era cosa da pionieri, raggiungendo grandi risultati poi anche in Portogallo, in Austria, in Irlanda. Ed è facile immaginare che avrebbe vinto qualcosa anche in Nazionale, se non fosse stato defraudato di un Mondiale (complice, come dicevamo, l’arbitro Moreno) e di un Europeo (con il biscotto indigesto preparato per noi da Svezia-Danimarca).
Il titolo del libro, che a noi può sembrare solo una delle sue tante frasi lì per lì senza significato, ma sempre di grande effetto, è in realtà il manifesto della filosofia trapattoniana, fatta di preparazione, di studio dell’avversario, di concretezza con un quel pizzico di quella leggerezza e autoironia che il calcio deve avere in quanto gioco. Il suo calcio “è prosa, non poesia", per intenderci: limitiamo i tocchi da giocolieri e siamo pragmatici. Catenaccio, contropiede, rete. Una vita vissuta seguendo fedelmente questi dettami, con questa grande passione che ancora oggi lo porta a viaggiare da una nazione all’altra per commentare le partite degli Azzurri, dispensando i suoi consigli tecnici con grande serietà e cercando di smorzare i toni delle polemiche che puntualmente nascono dopo prestazioni non proprio degne di tetra-campioni del Mondo perché “il pallone è una bella cosa, ma non va dimenticato che è gonfio d'aria”.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
