Gazzetta di Modena

Terrorismo, potere e l’illusione di sconfiggere la morte

di don Luca Balugani
Terrorismo, potere e l’illusione di sconfiggere la morte

 “Re dei Giudei” (Gv 18,33). Il dialogo impossibile tra Gesù e Pilato, che chiude questo anno liturgico, è centrato tutto su una domanda (omessa nella lettura domenicale): “Che...

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“Re dei Giudei” (Gv 18,33). Il dialogo impossibile tra Gesù e Pilato, che chiude questo anno liturgico, è centrato tutto su una domanda (omessa nella lettura domenicale): “Che cos'è la verità?”. A Pilato interessa accertare fino a che punto possa acconsentire alla richiesta dei capi dei Giudei di uccidere il Nazareno senza commettere qualcosa per cui essere biasimato a sua volta dall'autorità a lui superiore. In quest'uomo manca quella rettitudine che ci si aspetterebbe da un governante, ma forse non è il caso di stupirsene troppo. In questo percorso di verifica del capo di accusa mosso contro Gesù (“Re dei Giudei?”), Pilato si immagina di trovarsi davanti ad un esaltato o un mitomane. Cosa che si dimostra errata quando, fin dalle prime battute Gesù ribalta la domanda: se cioè questa sia una sua convinzione o qualcosa che gli è stato insufflato da qualcun altro. Ben presto dunque Pilato si accorge di avere a che fare con una persona lucida di mente, che non solo gli tiene testa ma più ancora che cerca di dilatare le prospettive di chi lo interroga per orientarlo ad uno sguardo che va oltre quel mondo al quale tanto Pilato quanto i suoi accusatori sono legati. Per uno l'importante è compiacere Cesare senza inimicarsi troppo i Giudei; per gli altri è salvaguardare un potere costituito e che si basa sul Tempio e sul culto che gli ruota attorno; per tutti sono appartenenze opportunistiche, sono regni che hanno un'estensione temporale che non va molto lontano rispetto a qualche generazione. Gesù dichiara di non appartenere a questo mondo: relativizza immediatamente questi “regni” ai quali, volenti o nolenti, tutti apparteniamo. Le volontà di potenza che anche nella storia odierna fanno prepotentemente breccia non sono altro che la proiezione ingigantita di quel sentirsi appartenenti ad un centro di potere che offre sicurezza nei momenti di crisi. Mostrare agli altri che il proprio “regno” è più forte illude di poter sconfiggere quella paura della morte che fa capolino in ogni uomo. Non ci si sentirebbe minacciati se non si avesse paura di morire. E così si fa ricorso ai più svariati espedienti, dall'atto terroristico alla reazione col pugno di ferro, per mostrare che si è più forti della paura di morire. Ma Gesù parla di un regno che non è di questo mondo, che lo travalica infinitamente e che non ha bisogno di combattenti che in suo nome lo difendano ostilmente. Questa è una differenza sostanziale basata proprio su un orizzonte diverso. Gesù parla di un regno che non è di quaggiù ed al quale sente in una maniera così forte di appartenere da non aver paura di stare davanti a Pilato e conseguentemente di andare incontro alla morte. È questa la verità di fronte alla quale tanto Gesù quanto Pilato possono stare: una verità non fredda perché non un mero sillogismo fatto di logica, ma una verità basata su una relazione, quella con il Padre. Ecco perché Gesù dice di appartenere tanto ad un altro Regno quanto ad un'altra Verità: perché sono spazi abitati da Dio Padre. E se lo stare davanti alla morte farà sudare anche Gesù, egli però non smetterà di sentire di poter riporre la sua fiducia in qualcuno che non lo tradisce ma che al contrario continua a restituirgli il calore del suo affetto e della sua vicinanza, anche quando tutto sembra deporre a sfavore. A questo tipo di verità, una verità alla quale si appartiene, Pilato non vuole aderire. Perché la verità di Gesù non fa tornare sempre sulle stesse vie, non rimette in circolo qualche cosa di già noto e conosciuto, ma è una verità che fa percorrere vie nuove, amplia gli orizzonti, fa scoprire nel dono di sé qualcosa di inaspettato ed imprevedibile. Non si serve delle armi, non cerca manifestazioni di forza, non sfrutta atti intimidatorii. Non ha nemmeno la forza immediatamente appagante della soddisfazione, ma si basa su una parola bella (ossia il vangelo) che consente di affrontare anche le prove della vita con la fiducia che viene dalla presenza di qualcuno (il Padre) al quale si può davvero appartenere. Ed una volta che c'è il Padre, non c'è più bisogno di nessun atto di forza.

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