Gazzetta di Modena

Vigilia di guerra in Italia tra migrazioni e speranze

di Alberto Rinaldi e Chiara Strozzi
Vigilia di guerra in Italia tra migrazioni e speranze

Nel periodo 1876-1913 partono in cerca di fortuna ben 14 milioni di persone Dal Settentrione verso il centro-nord Europa, dal Meridione verso le Americhe

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MODENA. Prosegue il progetto di teatro partecipato di Ert “Carissimi padri... Almanacchi della Grande Pace” che si concluderà con un trittico: “Istruzioni per non morire in pace. 1. Patrimoni, 2. Rivoluzioni, 3.Teatro, al teatro Storchi dal 7 gennaio. L’intervento che accompagna le attività di questo mese di novembre riguarda un tema di grandissima attualità, cioè quello dei movimenti migratori di inizio secolo che caratterizzarono gli anni immediatamente precedenti lo scoppio della prima guerra mondiale.

di Alberto Rinaldi

e Chiara Strozzi

Nessuna nazione europea contava alla vigilia della Grande Guerra tanti emigrati come l'Italia. Ben 14 milioni di persone avevano lasciato la penisola tra il 1876 e il 1913, un numero pari a circa il 40% della popolazione italiana a quella data. Una parte degli emigranti, proveniente per lo più dall'Italia settentrionale, si era diretta verso i paesi vicini, soprattutto Francia, Svizzera, Austria e Germania, ma anche alcune aree del Nord Africa e dell'Asia minore. Accanto a questa emigrazione europea e verso il bacino del Mediterraneo, nella seconda metà dell'800 si sviluppò anche un'emigrazione transoceanica, alimentata soprattutto dalle regioni meridionali, che aveva come meta l'America: in particolare gli Stati Uniti, il Brasile e l'Argentina.

I lavoratori manuali costituivano oltre il 90% degli emigrati italiani. I migranti cercavano lavoro principalmente attraverso la rete dei conoscenti. Questo fece sì che, un po' in tutto il mondo, si creassero delle nicchie occupazionali tipicamente “italiane”. La più importante era nel settore delle costruzioni. Così, in America gli italiani fornirono il grosso della manodopera nella costruzione e manutenzione delle ferrovie in Argentina, Brasile e negli Stati Uniti orientali, lavorarono al canale di Suez e a quello di Panama, e fornirono gran parte dei manovali nei lavori pubblici e nell'edilizia delle città. Anche i minatori divennero una nicchia di specializzazione “italiana”. Così, molti solfatari siciliani lavoravano nelle miniere dell'Alabama e del West Virginia, mentre gli emigranti trentini e piemontesi erano impiegati in quelle dell'Illinois. Le occasioni di lavoro in agricoltura erano frequenti soprattutto in Sud America, come braccianti nelle piantagioni di caffè brasiliane o come mietitori stagionali nella pampa argentina. In California, Cile ed Argentina, emigranti italiani fondarono fattorie indipendenti impiantando vigneti specializzati.

Nei paesi di destinazione gli emigrati italiani formarono anche una propria business community, in particolare in Sud America. Alcuni di loro divennero imprenditori di successo, come Pietro (Pedro) Vasena in Argentina. Nativo di Lecco, nel 1869 sbarcò a Buenos Aires all’età di soli 13 anni, solo e poverissimo. Qui incominciò a lavorare in uno stabilimento metallurgico, prima come commesso e poi come apprendista. Dopo qualche anno divenne uno degli operai più pagati della sua officina, per la sua forza e resistenza alla fatica e per le sue capacità professionali. Le sue qualità colpirono un osservatore di eccezione come Luigi Einaudi, che all'inizio del '900 ne tracciò un ritratto nel quale ne esaltava “il senso della vita, del positivo” e la “mente sveglia, attenta”. Non appena i risparmi furono sufficienti, Vasena si mise in proprio e aprì un proprio stabilimento metallurgico, al quale ne seguirono un secondo e poi un terzo. Alla fine dell'800 i tre impianti occupavano quasi 500 operai: vi si fondevano il ferro e l'acciaio, e si producevano colonne, pali e armature metalliche per la realizzazione di molte delle più importanti opere pubbliche che in quegli anni sorgevano nelle città argentine.

Storie come quella di Vasena sono emblematiche dell'apporto che molti emigrati italiani diedero in alcuni settori chiave dell'economia americana. Dopo essersi scontrati con una serie prevedibile di difficoltà, misero a frutto le proprie competenze per costruirsi un destino migliore e diverso da quello che, con ogni probabilità, li avrebbe attesi in patria.

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