Allo Storchi “Fedra” di De Rosa teatro intelligente e coinvolgente
MODENA. Andrea De Rosa, alcuni anni fa, mettendo in scena uno “Studio sul Simposio di Platone” si interrogava su chi sia Eros, su cosa sia l'amore. Ora, aprendo le note di regia all'allestimento...
MODENA. Andrea De Rosa, alcuni anni fa, mettendo in scena uno “Studio sul Simposio di Platone” si interrogava su chi sia Eros, su cosa sia l'amore. Ora, aprendo le note di regia all'allestimento della “Fedra” coprodotta da Emilia Romagna Teatro e dallo Stabile di Torino in scena questa settimana al teatro Storchi, ripropone i medesimi quesiti, prospettando inquietanti risposte che sconfinano in una passione amorosa quasi sinonimo di follia.
Costruito sull'omonima tragedia di Seneca interpolata da estratti dall'“Ippolito” di Euripide e dalle “Lettere” dello stesso autore latino, lo spettacolo cattura subito per il fascino della scena di Maurizio Mannino, che propone un cubo al centro del palco, spazio recintato che delimita l'esser dentro e l'esser fuori, condizioni psichiche prima ancora che fisiche dei personaggi. I quali, probabilmente, potrebbero anche essere solo proiezioni della mente alterata della protagonista, una Fedra in preda al “furore” di un desiderio sfrenato, di una passione violenta nei confronti del figliastro Ippolito, in assenza del marito-eroe Teseo impegnato nell'ennesima impresa epica, che condurrà entrambi, con ben differenti responsabilità, ad una terribile fine.
De Rosa, infatti, ha realizzato una tragedia ove l'aspetto naturalistico della messa in scena è assolutamente secondo rispetto all'alternarsi dei dialoghi visti come dichiarazioni o riflessioni speculative dei personaggi, come d'altra parte anche il testo di Seneca aveva rinunciato al classico concetto di teatralità preferendogli lunghi monologhi del tutto affini a certa drammaturgia contemporanea.
Tutto lo spettacolo è poi sovrinteso da una figura che inizialmente si presenta quale dea con apparente funzione di deus ex-machina, ed invece nel finale dichiara «Io non sono una dea, io non sono niente. Non si devono levare le mani al cielo: il dio ti è vicino, è con te, è dentro di te», a conferma ulteriore di come l'intera storia non dovrebbe essere altro che lo sviluppo dell'ossessione di Fedra.
Ancora una volta, dunque, De Rosa si concentra sull'analisi del mito come momento di approfondimento dei comportamenti e del pensiero dell'uomo, lasciando allo spettatore l'affanno dell'interpretazione e la constatazione dell'impossibilità di ricondurre alla ragione la natura spesso fatale della passione.
In questo spettacolo intelligente e coinvolgente la regia si avvale dell'eccellente recitazione di tutti gli interpreti - sui quali giganteggia la solita bravissima Laura Marinoni - che sarà possibile incontrare, domani pomeriggio, alle 17, nel ridotto del teatro Storchi, per il ciclo “Conversando di teatro”, che vedrà ospite la docente di Filosofia Morale Claudia Baracchi.
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