Gazzetta di Modena

Il jazz di Fabrizio Bosso racconta lo swing e il mito Duke Ellington

Il jazz di Fabrizio Bosso racconta lo swing e il mito Duke Ellington

Al Teatro Mac Mazzieri di Pavullo un concerto d’eccezione del trombettista: «Saliamo sul palco per dare emozioni»

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PAVULLO. Appuntamento musicale unico stasera al teatro Mac Mazzieri di Pavullo, dove dalle 21, nell'ambito della programmazione di Ater, saranno protagoniste le magiche note di Fabrizio Bosso, straordinario trombettista torinese tra i più apprezzati della scena italiana e internazionale.

Unico come ogni grande concerto jazz, capace di creare ogni volta un contatto e un'atmosfera irripetibili. L'evento si chiama “Duke”, dal titolo del suo ultimo disco (uscito in maggio per la Verve/Universal) che rappresenta un omaggio col cuore al leggendario Duke Ellington (1899-1974), considerato uno dei più grandi compositori di tutta la storia del jazz, soprannominato “il Duca” per la sua eleganza.

Bosso porterà sul palco quelle melodie, rivisitate con l'aiuto di Paolo Silvestri, che ha scritto arrangiamenti dinamici e pieni di verve, dando spazio a un esperimento audace che approda ad un sound atipico dal sorprendente impatto emotivo.

Ad accompagnarlo, gli altri tre membri del suo quartetto di fiducia, ossia Julian Oliver Mazzariello al pianoforte, Luca Alemanno al contrabbasso e Nicola Angelucci alla batteria, e una sezione di fiati allargata, il Paolo Silvestri ensemble formato da Fernando Brusco e Claudio Corvini alla tromba, Mario Corvini al trombone, Gianno Oddi al sax alto, Marco Guidolotti al sax baritono e Michele Polga al sax tenore e soprano.

Alla vigilia dell'evento, ci ha parlato del cammino dietro a questa esperienza.

Felice di esibirsi a Pavullo?

“Molto, è sempre un'emozione profonda portare sul palco questo progetto che per me è estremamente importante, il mio ultimo lavoro discografico, frutto della collaborazione con Silvestri e dell'affiatamento con gli altri musicisti del quartetto e i fiati, che formano davvero un grande gruppo”.

Perché riproporre Ellington oggi?

“Lo adoro fin da bambino, quando a 9-10 anni andavo a sentire mio padre che suonava in una Big Band. Poi anche quando ho iniziato a muovermi con la mia formazione è sempre rimasto una costante nel cammino: ha tutta la forza dei grandi autori, quelli capaci di ritmi e melodie che non possono non entrare nel cuore. E una volta che sono lì, non escono più”.

Com'è nata l'idea di un disco dedicato?

“L'input è venuto dal Roma Jazz Festival 2014, che aveva come tema la rinascita dello swing. E' venuta voglia di tornare a Ellington e l'esperienza è andata talmente bene che abbiamo pensato di registrare”.

Ci sono brani che sente in modo particolare?

“Beh, devo dire che anche quando faccio musica mia, originale, mi capita spesso di riprendere “Caravan” e “In a Sentimental Mood”, sono quelli che ho suonato di più”.

Si considera solo un musicista jazz?

“No, io vorrei essere considerato semplicemente un bravo musicista senza riferimento al genere, non so quanto abbia senso questo tipo di suddivisione. Sento il jazz particolarmente vicino, sì, ma io ascolto di tutto, dal pop alla musica brasiliana, che adoro. Sono un grande amante della contaminazione”.

Un consiglio a un ragazzo che vuole intraprendere la strada della musica?

“Studiare tanto lo strumento innanzitutto, perché tutto ruota attorno a questo. Poi, ascoltare tanta buona musica”.

Perché venire al concerto?

“Il concerto è un momento unico, mai uguale a stesso, che lascia largo spazio all'improvvisazione già con il quartetto, e con i sei fiati tutto diventa ancor più ricco e speciale. Questa è musica che ti costringe ad essere sincero. Quando sei sul palco devi essere un libro aperto, devi creare la sinergia giusta e solo se riesci a farlo hai la possibilità di fare arrivare qualcosa di forte al pubblico. Siamo lì per emozionare”.

Daniele Montanari

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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