“L’onorevole”, la politica secondo Sciascia al Teatro Storchi di Modena
Enzo Vetrano e Stefano Randisi portano in scena onestà e corruzione: «Ma il finale vuole dare un segnale di speranza»
MODENA. Da giovedì 10 dicembre fino a domenica13 al Teatro Storchi va in scena "L'onorevole", la commedia teatrale adattata dal romanzo di Leonardo Sciascia per la regia di Enzo Vetrano e Stefano Randisi rispettivamente nel ruolo del professore Frangipane, poi onorevole e del monsignore Barbarino. I due attori e registi raccontano la genesi e lo sviluppo dello spettacolo.
Il professore e il monsignore, apparentemente sembrano due personaggi molto diversi ma in realtà sono molto simili, chi sono e che cosa hanno in comune?
«Tutti e due un po' si confondono - dice Enzo Vetrano - l'uno dentro l'altro, anche perché il monsignore dice che non fa politica ma lo sappiamo benissimo che anche ai tempi in cui Sciascia scrisse il romanzo, durante gli anni 60 in Sicilia, la Democrazia Cristiana era appoggiata dalla chiesa e quindi c'era un collegamento molto forte. Per cui questi personaggi sono legati dal potere, il professore all'inizio è molto onesto ma ad un certo punto arriva la corruzione, spariscono i libri e arrivano i telefoni, le persone non leggono più, è un salto che Sciascia fa fare alla storia ed anche abbastanza complesso, lui passa dal primo al secondo tempo dove l'onorevole ha già cinque anni di carriera politica alle spalle».
«Il mio personaggio - aggiunge Stefano Randisi - rappresenta un po' quella mano pesante che la chiesa ha avuto sicuramente nei decenni scorsi e nell'entrare nella politica italiana con una voce autorevole. Dalle battute di Sciascia si evince subito che è lui il manovratore di tutto quello che avviene come all'inizio quando chiede al professore Frangipane di entrare in politica. Così lui si presenta nelle liste della DC perché sente di voler contribuire con la propria cultura e la propria onesta. Il monsignore nel secondo atto è praticamente alla pari del professore, si parla di politica alla pari poi nel terzo atto quando l'onorevole è già diventato ministro e ha un grandissimo potere, la moglie di Frangipane comincia a guardare il marito con sospetto perché lo vede allontanarsi dai principi morali che l'avevano fatta innamorare e lei stessa comincia a leggere e a diventare portatrice di cultura, così il ministro che non ne più chiama il monsignore per farla mandare in manicomio, alla fine il monsignore è diventato al di sotto del professore».
Alla fine però voi prendete una strada diversa da quella di Sciascia...
E.V: «Nel nostro finale abbiamo voluto dare un segno di speranza, ci vuole un cambiamento, Sciascia si fermava lì, al discorso finale dell'onorevole che anche oggi sentiamo fare dai politici, lui lo faceva cinquant'anni fa e questo ci dimostra che non è cambiato niente, oggi viviamo un momento di forte crisi».
S.R: «Nel finale immaginato da Sciascia c'è la moglie in manicomio e Sciascia stesso interrompe il racconto e dice al lettore non vi vogliamo preoccupare troppo, tutto quello che vi abbiamo raccontato è pura finzione, lei è sempre stata d'accordo con il marito e ne ha seguito la carriera e alla fine la vediamo vicino a lui. Una fine grottesca e quasi tragica perché quello che nel corso dello spettacolo si è voluto dire che l'abbandono della cultura porta alla perdizione e invece l'unica salvezza è mantenersi integri in questo finale sembra essere cancellato. Noi invece abbiamo aggiunto a questo finale un barlume d speranza in più, cioè tutto questo dovrebbe essere travolto e cancellato, dà un desiderio. Si deve pagare le conseguenze delle proprie azioni».
Perché avete scelto questo romanzo?
E.V: «Innanzitutto perché siamo legati all'autore in quanto siciliani, quando lo abbiamo letto alcuni anni fa ci è sembrato che parlasse dell'oggi, che fosse molto attuale, ma la cosa che ci ha colpito di più è "Spariscono i libri e arriva la corruzione».
S.R: «Volevamo "pagare il conto" di quello che si fa e che si lascia fare perché se la maggior parte delle persone non è responsabile di quello che compiono i politici in una certa misura ne sono responsabili in quanto li hanno portati lì quindi è un chiamare a raccolta le responsabilità di ciascuno e potarlo a teatro era un'esigenza che sentivamo, soprattutto negli ultimi tempi».
Serena Fregni
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