Costanzo: cosa mi affascina? Andare nel fondo dell’anima
«Mi muovo d’istinto - dice il regista - inseguo ciò che sento vicino e mi emoziona A Modena sono stato molte volte, qui il lavoro delle sale d’essai è invidiabile»
MODENA. Importante appuntamento sul cinema italiano, questa sera alla Sala Truffaut, dove si conclude la rassegna “Anime ferite - Il cinema di Saverio Costanzo” con un incontro con lo stesso regista, la presentazione del libro a lui dedicato, edito da Falsopiano e curato da Alberto Morsiani e Serena Agusto, e la proiezione del suo ultimo film “Hungry Hearts”. A dare una chiave di lettura della sua filmografia e della sua “poetica” è lo stesso Costanzo.
Lei sarà a Modena questa sera per presentare il suo “Hungry Hearts” che ha avuto tante nomination e i cui interpreti hanno vinto la Coppa Volpi a Venezia. Un film sull’ossessione per la nutrizione, “sana” e naturale, che tracima nella patologia, oggi quanto mai attuale, visti anche i recenti casi di cronaca. Come le è venuta l’idea di affrontare quest’argomento?
«Dalla lettura del libro di Marco Franzoso “Il bambino indaco” da cui il film è tratto. Lessi il romanzo un anno e mezzo prima di iniziare a scrivere la sceneggiatura. Lì per lì mi aveva molto colpito ma anche spaventato. La durezza della storia mi preoccupava pensandone una traduzione cinematografica, poi, come capita spesso, un po’ per caso, ho capito quanta umana compassione poteva esserci in questi due personaggi dei genitori e così mi sono convinto a cominciare».
In un altro suo film “La solitudine dei numeri primi” si affrontano tematiche legate non solo al rapporto con il cibo, ma anche alla psicologia e alla psicopatologia, così come nel romanzo di Giordano cui il film è ispirato. Quanto l’affascinano questi temi?
«Non penso mai che i personaggi di cui mi occupo siano patologici, né folli. A me sembrano persone che provano a capirci qualcosa andando al fondo di loro stessi. Ecco, l'indagine di ciò che c'è nel fondo dell'anima di ognuno di loro mi interessa e di conseguenza mi emoziona».
Molto attuale anche il suo lavoro “Private” del 2004 che pure sembra quasi anticipare i tempi. Qui l’analisi si sposta ad una dimensione “più politica” ma sempre molto attenta alle sfaccettature psicologiche delle dinamiche messe in campo. Si può dire che il suo cinema indaga l’uomo in circostanze “estreme” siano sociali o strettamente individuali?
«Non saprei darne una definizione. Mi muovo seguendo l'istinto. Le mie scelte, nonostante, forse, sembri il contrario, non sono così ragionate. Inseguo ciò che sento vicino e che, come dicevo prima, mi emoziona. Nel caso di “Private”, il percorso di pace che il padre palestinese insegnava ai suoi figli rimandando nella casa occupata, mi pareva coraggioso, illuminato ma anche spaventosamente irresponsabile. Ero attratto da quanto un ideale potesse essere pericoloso eppure così vitale».
Lei lavora spesso con la sua compagna, l’attrice Alba Rohrwacher. Questo vi condiziona? O riuscite a dividere la sfera personale da quella professionale?
«Credo sia una condizione privilegiata in cui si può unire l'esperienza artistica alla vita di tutti i giorni».
A Modena verrà presentato un libro sul suo lavoro e la sua cinematografia. Che effetto le fa? Lei, in fondo, è giovanissimo sia professionalmente che in senso strettamente anagrafico.
«Infatti mi imbarazza un po’, anche perché le confesso che percepisco il mio lavoro come qualcosa molto in divenire e non ancora approdato a niente di così definito come una retrospettiva. Detto questo mi dà una grande gioia l'idea che i miei film siano stati proiettati nella mitica sala Truffaut».
Cosa pensa del cinema italiano di oggi. C’è qualcuno che prende o ha preso a modello?
«Penso sia una cinematografia molto in salute. Forse una delle migliori e più solide. Ci sono almeno dieci registi che seguo e di cui aspetto i film. Non sono pochi glielo assicuro».
E cosa pensa degli attori? C’è chi sostiene che non ci siano più i grandi interpreti di una volta?
«Il cinema italiano di una volta è imparagonabile con quello di oggi. Negli anni 50 e 60 l'Italia aveva l'attenzione del mondo su di sè e di conseguenza gli attori diventavano delle star e questo ci dava l'impressione fossero più grandi. Essere star non significa essere più bravi e la qualità degli attori italiani di oggi, a mio parere, è molto alta».
È la prima volta che viene a Modena? Se già c’è stato che ricordo e che impressione ne ha conservati?
«Sono stato molte volte. La vostra regione è la più attenta al cinema (diciamo) d'autore. Il lavoro della sala Truffaut, come della cineteca di Bologna e di molti altri cinema d'Essai è invidiabile. Il cinema vi deve molto».
Rossella Sant’Unione
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
