«Conoscere la tradizione per apprezzare la nuova arte»
Il filosofo: «Abbiamo una concezione arretrata di cosa è bello e cosa è brutto. Occorre imparare a vedere e sentire e questo è l’obiettivo della nostra rassegna»
MODENA. “Il congedo dalle arti belle” è il tema della lezione magistrale che il filosofo Remo Bodei, presidente del comitato scientifico del Festivalfilosofia, affronterà, venerdì alle 18, nell'auditorium della Fondazione Marco Biagi. È il primo dei sei incontri della rassegna “Impara l'arte. Introduzione alla ricerca contemporanea”, promossa dal Comune e dalla Fondazione Cassa di Risparmio e organizzata dal Consorzio per il Festivalfilosofia.
Che cosa tende ad evidenziare in modo particolare la sua lezione?
«Abbiamo la concezione piuttosto arretrata, nel senso tradizionale, di cosa è bello e cosa è brutto. Si continua a pensare che la bellezza sia legata al rapporto di armonia, di simmetria, di proporzione e che debba riprodurre sostanzialmente la realtà. Sia in termini teorici a partire dalla fine del Settecento, ma soprattutto in termini pratici nella pittura, nella scultura e nella musica a partire dagli inizi dell’Ottocento, ciò che sembrava brutto entrava in una diversa considerazione. C'è poi l’abbandono del realismo, soprattutto perché nel campo figurativo c'è stata la fotografia che ha reso l'idea di riprodurre mimeticamente qualcosa di abbastanza obsoleto. A partire degli inizi del Novecento si assiste al rovesciamento dei canoni tradizionali. Per l'arte moderna non c'è una grande fruizione da parte del pubblico perché c’è sostanzialmente una sfida degli artisti d’avanguardia. Già il termine “avanguardia” implica come gli artisti siano più avanti delle capacità del pubblico. È interessante che queste forme di sfida servano anche a far sentire il terrore e la solidità del mondo del Novecento. Noto è l'aneddoto riguardante Picasso che un ufficiale nazista, nel 1942, a Parigi occupata, voleva prendere in giro. Vedendo il quadro “Guernica”, gli chiese: “Chi l'ha fatto questo orrore”. E Picasso rispose: “Lo avete fatto voi”».
Qual è l’episodio, l'evento, la corrente artistica che ha portato a riflettere che la bellezza può essere ricercata anche in un’immagine brutta?
«Dal punto di vista teorico si inizia nel Settecento: accenni con Lessing il drammaturgo, poi con i romantici Friedich Schlegel, Victor Hugo, ma la forma più organica, sul piano teorico, è di Karl Rosenkranz che ha scritto “Un’estetica del brutto” nel 1853. A partire dagli inizi del secolo scorso, anche attraverso la recezione di forme artistiche extraeuropee (penso alle maschere africane), le sculture di Modigliani, il Cubismo, Picasso che disegnò volti di profilo deformati e diceva: “Ci ho messo tanti anni a disimparare a dipingere come Raffaello e a imparare a dipingere come un bambino”. Voleva evidenziare che l'arte moderna deve avere la capacità di rompere gli schemi».
La bellezza, la qualità dell'opera è determinata anche dalla fatica che essa sarà costata?
«Dipende. Picasso si mise a disegnare sul tovagliolo di carta e il proprietario del ristorante glielo chiese, non facendogli pagare il pranzo per due. Anche disegnare in un momento è frutto di un’attività di tutta la vita. Però, un’opera complessa ha più valore che uno scarabocchio di disegno».
Perché tanta diffidenza per l'arte contemporanea, soprattutto per l'arte povera e concettuale?
«Le persone, in buona parte, non sono molto abituate. Chi non è abituato alle dissonanze di un Cage, la musica pare sostanzialmente una tortura. Forse nelle arti visive siamo più abituati. È l'orecchio che stenta. Ecco il motivo delle sei conferenze, per imparare a vedere e a sentire"
Cesare Brandi sosteneva che “la validità di una cultura non dipende da quello che inventa di nuovo, ma da ciò che del passato riesce ad assimilare e a incentivare”. In che misura i contemporanei operano in questa direzione?
«I movimenti contemporanei sono nati nel segno della rottura. Ma lo stesso Picasso diceva che se non avesse saputo disegnare, come gli aveva insegnato la madre, non avrebbe saputo infrangere le regole. La tradizione bisogna conoscerla».
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