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Di Paolo: «Un gran ballo sulle macerie del domani»

Di Paolo: «Un gran ballo sulle macerie del domani»

L’autore di "Istruzioni per non morire in pace" spiega il lavoro che pur rifacendosi al primo conflitto mondiale è di grande, tragica attualità

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MODENA. Dopo un anno di progetto, dai Carissimi Padri... Almanacchi della “Grande Pace” (1900-1915) si passa alle Istruzioni per non morire in pace: non è un discreto salto?

«È un paradosso, che dà subito una coloritura ironica, e l'ironia è una costante di queste Istruzioni. È ironico pensare a “istruzioni” che servano per ottenere non ciò che si desidera ma ciò che si vorrebbe evitare, la guerra. C'è poi un richiamo ironico allo svolgersi della storia. Nel ribaltamento dell'espressione “morire in pace”, c'è un evocare le inquietudini che impediscono ai personaggi di vivere bene il proprio tempo. Con lo scoppio della Grande Guerra tutti sono costretti a fare i conti con le responsabilità: è un contesto che non rende nessuno esente da un “esame di coscienza”».

È un monito all'oggi?

«Forse non un monito, però nel copione c'è un guardare con ironia al presente. D'altronde quando si scrive non si possono evitare dei cortocircuiti con ciò che ti accade intorno. Questa drammaturgia si è sviluppata nel corso dell'ultimo anno e molte connesioni tra la storia e l’oggi si sono mostrate via via. È come se gli eventi dell'anno che passava ci costringessero, in un modo violento, a un accostamento oltre il previsto all'attualità».

Il racconto mescola fatti e persone reali a pezzi di romanzi o a situazioni inventate. Come mai questo intreccio tra realtà e invenzione?

«È il rebus di ogni scrittura di ambientazione storica far entrare materiali dal vero dentro una cornice di finzione. Ma l'invenzione lavora digerendo dei materiali di realtà, per restituirli in modo altro. La vicenda della famiglia Gottardi, che attraversa Istruzioni, simula e rielabora un materiale di realtà. Hayden White dà bene l'idea del punto di incontro tra realtà e invenzione, quando parla di Schindler's list di Spielberg: la bambina con il cappotto rosso del film è un falso storico, ma acquisisce un valore di realtà attraverso il piano dell'emozione. È il meccanismo emotivo che permette di conquistare la verità laddove non starebbe».

C'era un'idea ben precisa dall'inizio, oppure la scrittura è stata influenzata dallo svolgersi del progetto Carissimi Padri?

«I materiali sono in parte frutto di linee cercate, in parte frutto di suggestioni colte via via. Alla fine si è deciso di mettere insieme, di cucire in un'unica grande e irregolare tela, tutti i fili seguiti: ne viene qualcosa di bulimico, ma si tratta di una bulimia manifesta. Si è cercato di dare misura concreta di una vastità, non sconnessa però: sono materiali che si chiamano fra loro. Se dovessi individuare un criterio compositivo, accosterei questa drammaturgia a una rapsodia».

In Istruzioni si parla spesso di un futuro - la Grande Guerra - che sarà panorama di rovine. Come mai, in un testo che racconta il passato?

«Per la Grande Guerra è accaduto che il sogno del futuro, elaborato nel corso di una lunga pace, è stato il presupposto stesso della rovina. Tutti, in quella pace, hanno cooperato per realizzare il rischio della propria dissoluzione. Ogni personaggio dentro a queste Istruzioni immagina il suo futuro. Il domani però contiene una minaccia, della quale si è coartefici. In generale quell'epoca chiamata bella - come per certi versi lo è, o lo è stata, la nostra - in cui i conflitti non sono chiaramente visibili, ha la forma di un gran ballo su macerie, quelle del domani. Gli uomini di tempi del genere, quando leggono la loro fantapolitica, vedono opere di fantasia: non sanno di avere davanti il loro futuro, in minaccioso agguato».

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