Diazzi e gli ardori “Neo-pop”
Nello Spazio Varroni Arte esposte anche opere di Garlaschi
SPILAMBERTO. L'iconografia è di evidenza “Pop”. Innegabili i richiami agli anni Sessanta, alla corrente di matrice americana, nelle opere che Roberta Diazzi presenta, fino al 17 gennaio, nello Spazio Varroni Arte. E ritornano anche i miti di quel periodo, come Marylin Monroe e Brigitte Bardot, sex-symbols di più generazioni per la presenza erotica, diventata ossessiva attraverso i mass media, la pubblicità e ingigantita dall'opera d'arte. Immagini che l'artista modenese esalta, come per Marylin, persino nello splendore di cristalli Swarovski, impiegati a migliaia con meticolosità compositiva. La Diazzi non rinuncia alla pittura, anche se il ritratto di donne si arricchisce di orecchini, collane, gioielli, tessuti, intesi come frammenti di identità. Una velata ironia corre nelle figure per «l'attenzione scherzosa, nelle donne della serie Burlesque - nota Monica Varroni, curatrice della mostra - per il dettaglio che sembra concentrare in sé l'immagine di una femminilità provocatoria e leggera». Non si tratta solo di citazione (Andy Warhol) ma di reinvenzione del modello storico, sul cui esempio la Diazzi costruisce altri personaggi e anche belve, nonché la Ferrari come emblema della civiltà del benessere, del godimento presente. L'arte si contamina con la vita anche sentimentale, per cose o luoghi sempre amati, come il Duomo, la Ghirlandina, i tetti di Modena, vedute di altre città, rivissute nell'incontro tra memoria e coscienza. Si sostiene pure il concetto di riproducibilità dell'opera, ma la Diazzi non bandisce l'uso del disegno e della tecnica pittorica, segnalando nell'arte un valore contrapposto ai “non valori” del consumo. In ciò consiste il senso della “Neo-pop” della modenese. La mostra eccoglie anche il lavoro del milanese Gian Antonio Garlaschi, la cui attenzione è concentrata sui quaderni e taccuini in cui si aggregano impressioni, immagini, come frammenti di identità di opere creativamente più ponderate, di dipinti fatti di pochi elementi selettivi, come un volto, un paesaggio. «È dai quaderni - sostiene la Varroni - che escono, nelle tele, quelle che io chiamo “le facce”. Una umanità silenziosa, forse dolente». L'artista porta all'opera la cura, l'attenzione che egli dedica al restauro di libri, ma anche l'acuto sguardo “coltivato”, quando ha lavorato per anni come custode nei musei milanesi, davanti alle opere di Lucio Fontana, Boetti, Novelli.
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