Gazzetta di Modena

Claudio Longhi: «Acida comicità per una tragedia»

di Claudio Longhi
Il regista Claudio Longhi
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Il regista Claudio Longhi

Il regista di "Istruzioni per non morire in pace" spiega le scelte di regia del lavoro: personaggi caricaturali e uno stile da operetta per raccontare la guerra

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MODENA. Guardare da lontano significa, in genere, guardare meglio, vedere le cose oltre gli schemi percettivi cui si è abituati. Inoltre allontanare ciò che si osserva, significa darsi la possibilità di una prospettiva più vasta. Queste “Istruzioni per non morire in pace”, mettendo lo spettatore di fronte alle follie commesse un secolo fa dagli uomini d'Europa - che dando avvio alla prima Guerra mondiale decisero con leggerezza di intraprendere la via dell'autodristruzione - sono un modo straniato di osservare, attraverso quel recente passato, certi rischi dell'oggi. Non per questo si vuole cadere nella tentazione di appiattire gli eventi storici: l'attentato di Sarajevo è sì un attentato e un'azione terroristica, ma non è quello del Bataclan.

Non si vuole suggerire che la storia sia una perpetua attualità. Però resta maestra, perché può insegnare come le cose cambino. Il racconto storico dà una possibilità conoscitiva, il sapere che gli eventi mutano e sono modificabili, ossia che chiunque può incidere, entro i propri limiti e con le proprie forze, sul contesto in cui vive. Per questo il progetto “Carissimi Padri...”, come fu il precedente progetto elaborato con il direttore di ERT, Pietro Valenti, ossia “Il ratto d'Europa”, e lo spettacolo “Istruzioni per non morire in pace” si collocano, per me, all'interno di una linea di lavoro che, da Brecht a Ronconi, vede nella sfida alla complessità un’importante occasione per la scena contemporanea. È una sfida di grandissimo fascino, in genere, e tutto particolare laddove, come in un teatro, per evocare una guerra “mondiale” (o un continente) si ha a disposizione uno spazio di duecento metri quadri, un numero definito di attori e, soprattutto, un tempo di realizzazione limitato. Ecco il motivo di un trittico, da rappresentare in tre serate diverse: altrimenti avremmo dovuto chiedere al pubblico di stare ogni volta in sala per nove ore.

L'unico elemento che potremmo definire unificante è il punto di vista, la prospettiva, che parte da Karl Kraus e da quel monumento drammaturgico, inevitabile per chi voglia affrontare la Grande guerra a teatro, che sono “Gli ultimi giorni dell'umanità”. Nel descrivere il naufragio del “mondo di ieri” Kraus dice: «personaggi da operetta recitarono la tragedia dell'umanità». Chiamare in causa il genere dell'operetta significa cercare una coloritura bassa, una dimensione caricaturale. Tutto questo si è subito riflesso sul piano musicale. Ogni parte dello spettacolo è pervasa da brani perlopiù cantati e, in gran parte, si tratta di pezzi attinti dall'operetta. Pensavamo infatti, sulla scia di Kraus, che quel genere musicale elegante e leggero, frivolo, fotografasse bene l'inconsapevolezza di quel mondo in disfacimento.

L'operetta permetteva dunque un giusto omaggio a Kraus e, poi, ci apriva le porte a quel filtro straniante, di acida comicità, da lui suggerito per interpretare senza lacrimevoli giustificazioni quella realtà. Non per nulla se l'operetta ha guidato la costruzione del linguaggio musicale, il varietà ha fatto lo stesso sul piano del registro scenico. Ecco perché, in “Istruzioni per non morire in pace”, abbiamo optato, idealmente e anche fisicamente, per le maschere, dei posticci caricaturali. I personaggi sono identificati da una parrucca e da un camauro, estremamente marcato. Il camauro è l'immagine esteriore che serve per evidenziare la dimensione grottesca di quelle figure che, pur essendo o personaggi storicamente esistiti oppure esemplificati a partire da persone reali, ricordano più i protagonisti di un dramma di cartapesta.

Ripartendo dalle suggestioni linguistiche già dei futuristi, alle psicologie del dramma borghese abbiamo preferito delle “maschere”, acide e caustiche, alla Petrolini: abbiamo cercato di dare corpo ad esasperazioni terribili, espressioniste, delle figure di quel presente, viste sotto una lente deformante per metterne in evidenza meglio le storture. Con l'idea, al contempo, che quelle storture vecchie d'un secolo potessero mostrarcene altre, fin troppo vicine e familiari.

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