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Il quartetto Belenus apre “16 corde” della Gmi di Modena

Il quartetto Belenus apre “16 corde” della Gmi di Modena

Il 2016 per la Gioventù musicale di Modena si apre con il primo dei concerti di “16 corde”, la rassegna dedicata al quartetto d’archi che si tiene all’auditorium Spira mirabilis di Formigine

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FORMIGINE. Il 2016 per la Gioventù musicale di Modena si apre con il primo dei concerti di “16 corde”, la rassegna dedicata al quartetto d’archi che si tiene all’auditorium Spira mirabilis di Formigine e al Teatro Pavarotti di Modena.

Ospite del primo concerto il Belenus Quartet, vincitore pochi mesi fa del Concorso Internazionale Schubert di Graz, edizione 2015, una delle più prestigiose competizioni internazionali per questa regina delle formazioni cameristiche. In programma, alle 17.30 di oggi, presso l'auditorium formiginese, tre capolavori assoluti: l’incompiuto ultimo Quartetto di Franz Joseph Haydn, il n. 83. Tanti ne scrisse il compositore che diede al quartetto per archi le caratteristiche che Mozart e Beethoven assunsero e svilupparono nella loro produzione, decisamente inferiore numericamente (26 il primo e 16 o 17 il secondo) per l’ulteriore sviluppo della complessità e della poetica che alle basi haydniane impressero.

È comunque con Haydn che il quartetto passa da intrattenimento salottiero concertante, in genere dominato dal primo violino, con gli altri strumenti a fare da accompagnamento a “un discorso di persone che ragionano tra loro” (Goethe), vale a dire ad una forma tipicamente borghese e liberale, nella quale gli strumenti intrecciano le proprie voci “alla pari”.

A questa evoluta forma appartengono sia il quarteto di Haydn in programma, sia il quartetto op. 74 di Beethoven, mirabile (e di difficile apprezzamento per il pubblico dell’epoca) per il continuo avvicendamento di idee eterogenee, mirabilmente interconnesse nell’ambito di una struttura concisa, arricchita da elementi di grande modernità, come l’innovativo uso del pizzicato (da cui il titolo “delle arpe”).

In feconda dialettica con questa concezione classica del quartetto sta la produzione di Bartók, che nel quarto dei suoi sei straordinari capolavori dedicati a questa formazione, risalente al 1928 (120 anni dopo il Quartetto di Beethoven), prosegue un percorso di innovazione ritmica, sonora, armonica, che fa del compositore ungherese uno dei grandi gèni del Novecento, come - proprio in fierimento al Quarto quartetto, ebbe ascrivere il compianto Pierre Boulez: «Egli sa utilizzare tutti gli effetti riguardanti gli archi, come i pizzicati che battono sulla tastiera e i suoni sul ponticello, e sa ammirevolmente dosare la mescolanza delle loro diverse sonorità. Inoltre l'arco ritrova per suo mezzo un vigore e un'aggressività d'attacco che la concezione romantica gli avevano fatto perdere».  

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