Quando a Modena spaccò la chitarra
L’artista in concerto nel 1990. “Tradito” dalla voce dopo un’ora abbandonò il palco infuriato
MODENA. Era l’8 settembre del 1990, l’occasione una festa nazionale dell’Unità, il luogo l’area ex mercato bestiame dietro via Canaletto. Quella sera sembrava predestinata a diventare un evento di quelli che non si dimenticano, almeno per i 36mila appassionati di musica rock scesi in città, un po’ da ogni parte, per l’unica data italiana del tour di David Bowie. Invece l’evento si trasformò in una grande delusione, con Bowie a corto di voce che lasciò il palco dopo nemmeno un’ora con tanto di stizzito lancio di chitarra a terra e cori di fischi e con l’organizzazione “presa a pallate” per le code interminabili, la cattiva condizione dell’area dello spettacolo, la scadente informazione e praticamente un black out viario che tramutò quella che doveva essere una serata memorabile in un incubo. A distanza di un quarto di secolo, la morte di David Bowie, stroncato da un tumore a 69 anni nella notte tra domenica e lunedì, riporta a quell’evento sfortunato che prende, però, le tinte del documento a suo modo storico nel contesto di una carriera memorabile che ha fatto del Duca Bianco un mito della musica rock e della cultura pop del Novecento. Anche perché nella cinquantina di minuti, o poco più, che Bowie regalò al pubblico modenese la magia della sua musica si materializzò comunque nonostante l’indisposizione che lo affliggeva e nonostante l’impianto tecnico fosse andato al diavolo, spinto al massimo per cercare di aiutare l’artista nella sua performance. E quello scorcio di evento rimase, nonostante tutto, una stella, seppur a tinte chiaroscure, nel cielo della galassia rock che in quegli anni portava a Modena il meglio delle band del mondo e che ci aveva fatto diventare una delle capitali della musica.
Ma torniamo a quella sera che sembrava, come detto, partire sotto l’egida della fortuna. I 36mila che alla fine avrebbero riempito l’area destinata all’evento cominciarono ad arrivare in città fin dalle prime ore del pomeriggio, anche se l’apertura dei cancelli era prevista per le 18. In realtà il via libera venne dato un’ora prima ma già verso le 19.30 davanti all’entrata si era formata una coda gigantesca mentre nell’area le cattive condizioni del terreno alternavano zone sovraffollate ad ampi spazi vuoti. Alle 21, comunque, la prima nota, quella dell’Inno alla gioia di Beethoven scelto come “intro” al concerto, sembrò spazzar via ogni malumore. E subito dopo, l’arrivo della band e l’attacco di “Space Oddity” con Bowie finalmente sul palco diedero il “la” all’entusiasmo. E da lì per circa un’ora una scaletta di grandi successi, di brani indimenticabili, di pietre miliari del rock, da “Rebel Rebel” a “Ashes to Ashes” a “Life on Mars”. Ma mentre la band si produceva in un crescendo di qualità e potenza esecutiva la voce del Duca cominciava a scricchiolare in modo sempre più evidente fino ad una sorta di nuovo sound check, che però ebbe l’effetto di sballare il delicatissimo impianto delle amplificazioni, e all’uscita di scena rabbiosa di Bowie che rientrò solo per concedere un breve bis con “Jean Gene” e “Gloria” e scomparire definitamente nel back stage tra i fischi. Il dopo concerto, se possibile, fu ancora peggio con altre code interminabili per riuscire ad abbandonare l’area, strade intasate in tutta la zona, autostrade miraggio raggiunte solo dopo ore e impossibilità persino di rifocillarsi un po’ alla festa dell’Unità dove, nel frattempo, gli stand avevano finito le scorte e chiuso i battenti. Insomma un disastro, almeno nell’immediato. Perché ora, 25 anni dopo, anche quella sera sfortunata è diventata, con l’uscita dalla scena della vita di Bowie, un cimelio prezioso.
Rossella Sant’Unione
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