Cacciari a Modena: nell’opera moderna il tragico che suscita il sorriso
Il professore, oggi 15 gennaio, alle 18 al Biagi di Modena, terrà una lezione su “Commedia-tragedia tra Beckett e Bacon” «Ora siamo in una fase di ripetizione. L’ultima Biennale? Stanca e decrepita»
MODENA. Grande attesa per la lezione “Commedia-tragedia tra Beckett e Bacon” che Massimo Cacciari terrà, oggi alle 18, alla Fondazione Marco Biagi per la rassegna di sei incontri “Impara l'arte” che vogliono aiutare il grande pubblico ad avvicinarsi alla comprensione dell'arte del nostro tempo. La lezione sarà trasmessa anche sul grande schermo della vicina “Tenda”. Gli organizzatori, infatti, vista la grande affluenza di pubblico registrata nella prima lezione del ciclo tenuta dal professor Remo Bodei, hanno deciso di mettere a disposizione anche lo spazio di viale Monte Kosica. La stessa attenzione dovrebbe essere riservata pure a Cacciari, uno dei protagonisti di Festival Filosofia, professore emerito di Estetica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Uno dei suoi interessi fondamentali è indirizzato alla crisi dell’idealismo tedesco e dei sistemi dialettici.
Perché ha scelto Beckett e Bacon?
«I due autori sono figure chiave della cultura per intendere l'insieme dell'arte contemporanea, perché Beckett porta alle estreme conseguenze il ragionamento che viene dalla sua collaborazione con Joyce, mentre Bacon interpreta in chiave drammatica la conclusione della corrente espressionista, in opposizione a quella astratta».
Si soffermerà sul concetto della morte dell’arte?
«La morte dell’arte ha significato positivo e non negativo. Più che morte si dovrebbe dire fine, compimento dell’idea dell’arte che dovrebbe basarsi sull’idea di estetica, di piacere, di bellezza che è l'idea di Hegel. Invece l’arte contemporanea è quella dell’intelletto, dell’ironia nel vero senso del termine che vuol dire ricerca, sperimento, avventura. Un’arte tutta sperimentale, intellettuale che lavora intorno al concetto».
In verità, di tanto si tanto si parla di morte dell’arte, in particolare verso la fine degli anni Settanta quando, dopo tante correnti sperimentali, sembrava che l’arte non riuscisse più a dire nulla di nuovo.
«Sono oltre due secoli che l'arte è morta. Una certa idea dell’arte è finita con il Romanticismo. “Morte” perché non ci sono più manifestazioni che noi definiamo artistiche. Diversa è l’arte di Beckett e Bacon. Avanguardia dopo avanguardia portano a radicale compimento questa loro idea che non ha nulla a che fare con le arti precedenti, ripetute anche oggi fino alla nausea».
Professore, lei ha scritto che «all’arte contemporanea debbono essere negate ogni bellezza, ogni immediatezza, ogni armonia. Chi non sappia realmente partecipare al “riso di quest’arte” non potrà mai comprenderla e amarla. Un riso non senza legami con la dimensione tragica».
«Comico e tragico si legano, e questa dimensione è fortissima in Beckett. Quando si va a vedere “Aspettando Godot” si può fare anche una risata. E ciò avviene pure leggendo Kafka: la rappresentazione dell’assolutamente inessenziale, del senza scopo è comica, ma potrebbe essere anche tragica. Il tragico che può suscitare il riso. È questa la rappresentazione artistica d'oggi. Da qui la vicinanza tra commedia e tragedia».
Ma il riso, che certe opere d’avanguardia suscitano, deve essere di compiacimento o di commiserazione?
«Non può esserci un riso di compiacimento, perché l’autore non ha alcuna superiorità. Un riso di compassione, certamente».
Duchamp ha dato una grande sferzata all’arte. Siamo ancora in clima duchampiano?
«Certo, se si considerano i grandissimi intellettuali dell’arte contemporanea. Si afferma il gioco per cui non puoi conferire alcun senso determinato all’opera, un senso che possa giungere ad una verità definitiva. Si è dipinta una ermeneutica infinita. È la ricerca, un esperimento di una cultura alternativa. È l’oggetto che si presenta così, ed è sbagliato interpretare Duchamp nella rappresentazione dell’oggetto (orinatorio...) decontestualizzato. Il problema è quello della pura presenza della cosa. E cosa sia la cosa, questo è misterioso».
L’arte ha cessato di essere il bisogno supremo dello spirito?
«Non lo è mai stato. L’arte rappresentava i bisogni supremi dello spirito, quando era legata ad una dimensione religiosa, di impegno politico...».
Credo che siamo ancora fermi alla Transavanguardia di Bonito Oliva fondata sul concetto di “nomadismo”. Oggi a cosa assistiamo?
«Negli anni Ottanta alla Biennale di Venezia è stata molto importante la mostra della Transavaguardia organizzata da Bonito Oliva. È l'ultima stagione significativa, con quella dell’Arte Povera. Ora siamo in un fase di ripetizione, di citazione, di riflessione. L’arte che mastica se stessa. Sono fatti inevitabili nell’evoluzione dell’arte. E poi non si può parlare nemmeno di “evoluzione” dell’arte, come della filosofia. Ci sono soltanto forme diverse di filosofia e di arte».
E l’ultima Biennale di Venezia?
«È la peggiore Biennale, di negazione di se stessa. Una manifestazione di già visto. Stanca, nessuna ironia. Decrepita».
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