Gassman regista: «Il nido del cùculo un inno alla libertà»
PAVULLO. «Questo testo rappresenta una lezione d'impegno civile, uno spietato atto d'accusa contro i metodi di costrizione e imposizione adottati all'interno dei manicomi. Tuttavia è anche, e...
PAVULLO. «Questo testo rappresenta una lezione d'impegno civile, uno spietato atto d'accusa contro i metodi di costrizione e imposizione adottati all'interno dei manicomi. Tuttavia è anche, e soprattutto, una straordinaria metafora sul rapporto tra Individuo e Potere costituito, sui meccanismi repressivi della società e sul condizionamento dell'uomo da parte di altri uomini, un grido di denuncia, insomma, che deve scuotere le coscienze e far riflettere».
Così Alessandro Gassman presenta "Qualcuno volò sul nido del cuculo", la versione teatrale tratta dall'omonimo romanzo scritto da Ken Kesey nel 1962 che, in qualità di regista, presenterà oggi alle 21 al teatro Mac Mazzieri di Pavullo nell'ambito della stagione di prosa Ater. Una sfida difficile, perché ha significato dare nuova veste a un'opera che è già incisa nella coscienza collettiva grazie alla straordinaria trasposizione cinematografica firmata da Milos Forman nel 1975, con un Jack Nicholson da Oscar. Ma affrontata con grande intensità e capacità di dare nuovo smalto all'opera nel confronto con il mondo di oggi e il pubblico della platea. «L'obiettivo che mi pongo - sottolinea Gassman - è, come sempre, quello di riuscire a far emozionare persone di ogni età, soprattutto i più giovani, che forse non conoscono quest'opera, che è un vero e proprio inno alla libertà». Ed eccola dunque, portata in scena da un cast di dodici attori guidato da Daniele Russo.
La vicenda non è più ambientata nell'Oregon del 1963 ma nell'ospedale psichiatrico di Aversa all'inizio degli anni '80, dove arriva un paziente anticonvenzionale, Dario Danise (Russo, che reinterpreta in modo molto personale il Randle Patrick McMurphy di Nicholson), sfacciato delinquente fintosi pazzo per sfuggire alla galera che sovvertirà completamente le rigide regole imposte dal manicomio, contagiando gli altri degenti e risvegliando in loro il desiderio di essere vivi, finalmente liberi. Il caos che nascerà, tuttavia, avrà gravi conseguenze per il più giovane dei ricoverati così come per Dario che pagherà un prezzo molto alto per il proprio coraggio.
La rilettura è frutto dell'abile penna di Maurizio De Giovanni, il "papà" del Commissario Ricciardi, che per adattare la storia è ripartito dalle origini: «Direttamente dal romanzo di Kesey - spiega - perché il lavoro fatto da Nicholson sul personaggio sarebbe stato insuperabile. Ho cercato di rendere più fruibile la storia allo spettatore italiano, togliendo riferimenti all'America anni '50-'60 che a molti sarebbero stati difficilmente comprensibili. Ho pensato allo spostamento ad Aversa perché lì c'era un ospedale giudiziario adornato di paure e leggende, dove entravano criminali per non uscirne mai più. E il 1982 è stato l'anno della legge Basaglia che chiuse i manicomi, nonché della leggendaria vittoria mondiale dell'Italia. Il risultato è, credo, assolutamente plausibile, come se fosse stato scritto così fin dalla partenza».
Il tutto per riaffrontare con passione il tema delle diversità «ancora malamente accette nel mondo d'oggi, dove le persone non conformi spesso vengono viste come "sbagliate" e quindi malate. Qui sono riflesse da personaggi che vengono bollati come folli con grande faciloneria, quando in realtà si tratta di persone che potrebbero tranquillamente affermare la loro diversità nella vita sociale».
Tornando a casa, la speranza è che lo spettatore porti con sé «soprattutto un senso di tenerezza nei confronti di queste persone, e la capacità di pensare per loro a un futuro di speranza».
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