“Revenant”, se il wester finisce sopra le righe
Nella sovrabbondanza di immagini e temi risulta un po’ caotico l’ultimo film del messicano Inarritu
REVENANT di Alejandro Inarritu. Usa 2015
Il messicano Inarritu, fin dal suo esordio nel 1999 con “Amores perros”, si è concentrato su storie di vendetta, morte e redenzione. Così “21 grammi”, così gli orribili “Babel” e “Biutiful”, così “Birdman”, in cui un divo del cinema tenta una risalita professionale. Ora Inarritu si cimenta nel western, un western cupo e tenebroso ambientato ai tempi dell’epopea dei cacciatori di pellicce (primi decenni dell’Ottocento), in cui immette il suo tema prediletto: sentirsi vivi, restare vivi. Uno scout, Glass, viene aggredito da un orso e, contemporaneamente, il figlio avuto da una donna Pawnee viene ucciso da uno dei cacciatori. Da questo momento in poi, abbandonato in una foresta, Glass acquista forza sovrumana e, grazie all’aiuto decisivo avuto da un altro indiano, riuscirà a rimanere vivo e a ottenere vendetta. Il film è stato molto lodato dalla critica, come “Birdman” del resto. Noi non siamo dei fan di questo regista, non ci esalta il suo stile sopra le righe, la sua ricerca spasmodica di un punto di vista interessante dove posizionare ogni istante la macchina da presa. In “Revenant” ritroviamo il solito eccesso di immagini, la solita estetica che mescola reportage in presa diretta, macchina a mano, primi piani stordenti, immersione nell’azione, piani sequenza da virtuoso, inquadrature dal basso. In più, ci ritroviamo, come non bastasse, i toni lisergici e le apparizioni sovrannaturali di un Terence Malick, le sequenze oniriche di un Nicolas Roeg, il grandguignol e la bassa macelleria di un Dario Argento. Shakerare il tutto, ed ecco il cinema volutamente caotico del messicano, che a molti piace e a noi no. Dimenticavamo: c’è anche lo score di Sakamoto, per dare ampiezza ancora maggiore all’epos di indiani, soldati, cacciatori lungo il Missouri. Noi rimpiangiamo la classica compostezza del western dei grandi; per rimanere al tema, riguardatevi se potete l’epopea dei cacciatori di pelli di “Il grande cielo” di Howard Hawks, e misurate la distanza tra un grande regista e un regista grande. Inarritu, all’opposto di Hawks, affastella materiale, butta dentro di tutto, usa il grandangolare a ogni istante, si sofferma sulle mutilazioni fisiche, fa sgorgare il sangue da ogni dove. Ma non coinvolge, non commuove. Paradossalmente, tanto sforzo ha un esito opposto: il suo film resta in qualche modo esangue, esteriore, banale. Si veda il trattamento del paesaggio: lungi dal rappresentare come nel grande western una estensione dei sentimenti dei personaggi, resta un orpello esteriore, una serie di cartoline (con tanto di tramonto), un reportage del National Geographic; insomma, un elemento inerte, non drammatico. Resta il tema facile della rinascita, della redenzione: ben due le sequenze di rinascita, una dalla tomba e l’altra dal ventre di un cavallo. Glass, superman dei boschi, non ci sta a morire e si rigenera. Ma quanta noia in questo processo!
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