Gazzetta di Modena

Veronesi alle Passioni di Modena: "Porto un Vangelo che sa sorprendere"

di Serena Fregni
Veronesi alle Passioni di Modena: "Porto un Vangelo che sa sorprendere"

Lo scrittore Sandro Veronesi sarà al Teatro delle Passioni di Modena, da stasera, 2 febbraio, a giovedì 4 febbraio, e all'Auditorium Montalcini a Mirandola venerdì sera, 5 febbraio, con il monologo "Non dirlo: il Vangelo di Marco", tratto...

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MODENA. Lo scrittore Sandro Veronesi sarà al Teatro delle Passioni, da stasera a giovedì e all'Auditorium Montalcini a Mirandola venerdì sera con il monologo "Non dirlo: il Vangelo di Marco", tratto dal suo omonimo libro. Uno spettacolo che lo vede non più in veste di scrittore ma di attore che racconta la vita di Gesù, mostrandolo come un eroe solitario che deve riscattare gli uomini dal peccato originale. Un'analisi di uno dei testi sacri, il più breve dei quattro vangeli, rivisitata in chiave moderna e originale.

Il Vangelo di Marco, prima un libro poi un monologo teatrale: cosa porta in scena?

«È un'esperienza, almeno per quanto mi riguarda, più che un monologo, esperienza che io non avevo mai fatto. Ho scritto per il teatro ma mai avrei pensato di finire sul palcoscenico e quello di cui mi sono accorto facendolo e rifacendolo è che si tratta della condivisione dell'esperienza, di una figura, quella di Gesù, che è viva ancora oggi. Credo che lo spettatore possa davvero vivere l'emozione di trovarsi dentro una storia che si crede di conoscere e che invece non è così: non la si conosce così bene perché spesso la si dà per scontata. I vangeli sono quattro e raccontano tutti in maniera diversa la stessa storia e questo rende francamente molto produttivo approfondirli, non è una cosa che si può prevedere, è un'esperienza».

"Non dirlo", perché questo titolo?

«È l'intimazione che Gesù fa a tutte le persone che incontra e alle quali regala una qualche sua azione prodigiosa, un miracolo o una guarigione che viene fatta seguire da questo specie di ordine, di non dirlo a nessuno, quasi che sapesse tenere segreta quella sua azione. È chiaro che non sarebbe stata rispettata quell'intimazione. Ma come sottolineerò nel racconto in teatro, ci sono delle ragioni e una è sicuramente quella teologica, una ragione molto profonda che giustifica questo atteggiamento ambiguo di Gesù nei confronti dei suoi stessi miracoli».

Lei l'ha definito il vangelo dell'azione e della potenza, perché?

«È la metà degli altri vangeli come lunghezza e praticamente racconta solo atti di Gesù, esorcismi, miracoli tralasciando quasi completamente la parola, il verbo che invece rappresentano, anche per chi è meno attento alla faccenda, il cuore del vangelo. Questi insegnamenti sono trascurati a vantaggio delle azioni che compie Gesù che sono estreme, provocatorie, molto spettacolari in un certo senso».

Come si sente in veste di attore?

«Il mio ruolo non è come quello dell'attore che deve interpretare, ma devo semplicemente impersonificare, mi viene naturale, ovviamente senza seguire una tecnica precisa perché non sono un attore e quindi non devo andare a fondo a un bagaglio che non ho. In scena si crea questa "bolla" e si sospende un po' tutto e quando finisce e partono gli applausi ecco lì esplode l'emozione».

Quando ha scoperto la passione per la scrittura?

«Si può dire che la mia passione è nata per emulazione, sin da quando avevo 14 anni, avevo un professore che ci faceva leggere i romanzi russi e ci interrogava, quindi era obbligatorio conoscere Dostoevskij. L'impatto di leggere certi romanzi mi piacque talmente tanto da voler trasmettere agli altri la stessa emozione: così nacque il germe, quello che poi negli anni mi ha portato a scrivere racconti. C'è voluto molto tempo prima che io confessassi di voler fare questo mestiere, però in pratica lo shock iniziale sta durando ancora adesso, l'energia di voler scrivere non è mai cessata».

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