Gazzetta di Modena

Danilo Eccher al Biagi di Modena ci porta nell’atelier di Christian Boltanski

Danilo Eccher al Biagi di Modena ci porta nell’atelier di Christian Boltanski

Quinto appuntamento alle 18 della rassegna “Impara l’arte” Attraverso immagini, viaggio nell’opera dell’autore parigino

2 MINUTI DI LETTURA





MODENA. Questa volta entriamo “nell’atelier di Christian Boltanski”, l'artista nato 71 anni fa a Parigi da padre medico ebreo e madre cattolica, che impiega, per affrontare il suo lavoro di ricerca sulla memoria, sull'infanzia, sull'incoscio e sulla morte, vari materiali, tra cui lampade, candele, plastilina, oggetti, trovati, vecchie fotografie, film, video. È il quinto appuntamento della rassegna “Impara l'arte. Introduzione alla ricerca contemporanea” che, promossa dal Comune e dalla Fondazione Cassa di risparmio di Modena e organizzata dal Consorzio per il festivalfilosofia, si svolge all'Auditorium Marco Biagi.

Ad introdurci nell'atelier dell'artista francese sarà oggi, alle 18, il critico Danilo Eccher, già direttore di vari istituzioni (Galleria Civica di Trento, Gam di Bologna, Macro di Roma, Museo del Sannio di Benevento e Gam di Torino) e docente, nei corsi di specializzazione, all'Università di Bologna, “La Sapienza” e la Luiss di Roma, che proietterà una serie di immagini per farci accostare all'indagine che Boltanski conduce in varie direzioni, iniziando a dipingere a 13 anni, (farà anche grandi tele) per poi volgere, dal 1968, l'attenzione alla sperimentazione, di ordine soprattutto concettuale, e alla scrittura, realizzando molti libri. «Il libro è un'arte del tempo, include la suspence della pagina successiva... Io sono quasi chiuso all'idea di scrittura, quindi faccio libri di immagini, di successioni di immagini o di elenchi di nomi, che è quasi la stessa cosa». Per lui è importante anche il rapporto con la fotografia, tanto da collezionare ritratti fotografici di vittime legate alla seconda guerra mondiale, per un coinvolgimento emozionale e restituire significato alla memoria, alla quale conferisce una fisicità, un corpo tragico attraverso un volto, ma anche un oggetto, un insieme di oggetti personali, perduti e dimenticati che ricompaiono come reliquie e ricomposti come grandi ed inquietanti installazioni. E trasmissione di un tragico senso di morte «sono sale cosparse di fiori che rinsecchiscono, sono - sostiene Eccher - cumuli di vestiti ripiegati e accatastati su sterili ripiani, sono muri di scatole di cartone o di zinco su cui è riconoscibile il nome o la fotografia di una ignota presenza».

Alla scatola, utilizzata come contenitore delle sue pubblicazioni, cataloghi e libri, l'artista conferisce simbolicamente la dimensione di raccoglitore della memoria, del ricordo dell'orrore della guerra, dell'immane tragedia dell'olocausto, come di altre sciagure. «Fin da bambino - confessa - ho ascoltato storie sulla Shoah... Credo che nella vita di un artista, al principio, c'è quasi sempre un trauma». È di Boltanski a Bologna l'installazione permanente del Museo per la Memoria, con i resti del Dc9 abbattutto il 27 giugno 1980, mentre si dirigeva verso l'aeroporto di Palermo. Ultima lezione, la sesta, il 12 febbraio, con Gianfranco Maraniello che ci porterà “nell'atelier di Giuseppe Penone”.

Michele Fuoco

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google