Gazzetta di Modena

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Joy e Steve Jobs: le due facce del biopic

di Alberto Morsiani

Più didascalico e scontato il primo. Teatrale e frizzante il secondo

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STEVE JOBS di Danny Boyle. Usa/Gb 2015 JOY di David O. Russell. Usa 2015

Il genere “biopic”, o biografilm, è da sempre uno dei più praticati dal cinema. Per dire, quello che molti considerano il miglior film di tutti i tempi, vale a dire “Quarto potere” di Orson Welles, altro non è che un biopic appena mascherato di un magnate dell’editoria degli anni Trenta, William Randolph Hearst, una sorta di Berlusconi ante litteram. In genere, il biopic risponde ad alcune regole non scritte ma sempre rispettate: raccontare gli alti e i bassi, le salite e le discese, fino al successo o al crollo definitivo del personaggio. Con ampio spazio dato spesso alla realtà romanzesca, vale a dire ciò che è davvero successo, ma magari un po’ “aggiustato” per esigenze di copione e di cassetta. Mai come in questi ultimi anni, però, il filone è apparso in tale spolvero: dipende forse, anche, dall’attenzione sempre più morbosa del popolino verso il destino dei ricchi e famosi (magari anche belli e potenti). Sono in sala in questi giorni due esempi di questa vera e propria invasione di biopics. Il primo dei due, “Joy”, è anche il più convenzionale. Nel raccontare la storia vera di Joy Mangano, la ragazza che brevettò un nuovo tipo di “mocho”, il Miracle Mop diventando, appunto, ricca e famosa, il film non risparmia nessuno dei cliché e stereotipi collegati al Sogno Americano: le origini umili, da working class; i troubles familiari, che sfiorano il grottesco e il disfunzionale (il personaggio di DeNiro, il marito di Joy relegato in cantina insieme a lui, la Sorella Cattiva, la madre sempre davanti alle soap operas…); l’intuizione geniale, e la voglia di lavorare di Joy. Gli innumerevoli ostacoli da superare, uno dopo l’altro; i rovesci della fortuna. E, quando tutto sembra ormai perduto ecco la zampata che proietta la protagonista verso la gloria e la grana. Insomma, tutto il repertorio “dalle stalle alle stelle” collegato al grande Credo americano, quello del “farcela” contro tutto e tutti. Molto più anticonformista per fortuna, più nel solco brillante di “Quarto potere”, invece, l’altro biopic, “Steve Jobs”. Anche qui, la solita tentazione dell’agiografia e del polpettone era alle porte, trattandosi dell’uomo forse di maggior successo mediatico degli ultimi 30 anni, l’imperatore dell’informatica. In modo intelligente, il film evita di ricostruire tutte le tappe della scalata, come fa invece “Joy”, e sceglie all’opposto di isolare tre momenti topici, legati ad altrettante presentazioni di nuovi modelli di computer. In questo modo, e aggiungendo il plus di dialoghi frizzanti, si evita la pedanteria della ricostruzione cronologica e si permette al film di procedere spedito, senza mai annoiare. L’impianto teatrale dà maggiore sostanza alla vicenda; e la scelta, anch’essa alla “Quarto potere”, di vedere il personaggio Jobs attraverso lo sguardo di alcuni dei suoi collaboratori o rivali o familiari, talvolta infatuati, talaltra ostili, evita il rischio dell’interpretazione monolitica e apre anzi a un auspicato contraddittorio da cui esce una personalità sfaccettata e complessa. Che, a differenza di Joy, mantiene una certa aura di mistero.

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