Teatro Storchi, Rifici legge Cechov: «Il mio Gabbiano sarà sorprendente»
In scena al Teatro Storchi, da giovedì 11 febbraio a domenica 14, "Gabbiano", celebre dramma di Anton Cechov, riletto in chiave inedita da Carmelo Rifici
MODENA. In scena al Teatro Storchi, da giovedì 11 febbraio a domenica 14, "Gabbiano", celebre dramma di Anton Cechov, riletto in chiave inedita da Carmelo Rifici, recentemente nominato direttore del Teatro di Lugano. Una storia di sogni, autoinganni, vite di scrittura, teatro, letteratura e ordinarie vite immaginate, «un mondo familiare – ha precisato Rifici - che ogni volta ti mostra qualcosa di inedito che non avevi notato». Sabato alle 17 nel Ridotto del Teatro Storchi la compagnia di "Gabbiano" incontrerà il pubblico assieme al critico teatrale Andrea Marcheselli.
Carmelo Rifici, quale aspetto di quest'opera ha catturato la sua attenzione?
«Non avevo mai individuato un nucleo narrativo che invece ho cercato di indagare maggiormente questa volta, in particolare nel quarto atto. Ci siamo presi la libertà e in qualche modo il rischio di far scoppiare questo quarto atto. Si sa che i quarti atti di Checov sono sempre diversi dai primi tre. Questa volta ci siamo presi la libertà di far scoppiare questo quarto atto, ovvero di scomporre la voce dei personaggi quasi come potesse diventare un'unica voce. In particolare la scena tra Nina e Konstantin, che di solito viene vista come un'unica scena di addio di decisione del suicidio di Konstantin, che faccio diventare di altro genere. Senza rivelare troppo, la chiave è nelle parole che dice Konstantin nel primo atto, riprese dal dottore nel quarto, ovvero che forse esiste veramente un'anima universale del mondo, e che tutti fanno parte di una specie di flusso impazzito e caotico, e il mondo si muove inconsapevolmente e in maniera molto misteriosa e a zig zag come il volo del gabbiano».
Dal punto di vista registico che impostazione ha scelto?
«Una lettura onirica e surreale piuttosto sorprendente per il pubblico che conosce Cechov, e un po' allarmante per chi non lo conosce perché perde i connotati realistici che noi siamo abituati ad avere su questi testi. Per fare questo ho fatto qualche intervento, nel senso che tutto l'apparato scenografico naturalistico non c'è più, tutto è sintetizzato in pochi simboli. Questo è stato forse l'intervento più grande che la regia fa su questa scena. Io non tocco una parola del testo, però cerco di seguire una strada che lo stesso Cechov sottolinea anche nei suoi diari, di un testo che si muove in una dimensione che riguarda più la casualità della vita, anzichè la determinazione che questi personaggi hanno di essere implacabilmente loro stessi».
Parliamo dei simboli: il lago in fondo alla tenuta, dove si specchia il teatrino per lo spettacolo di famiglia..
«Il lago noi non lo mostriamo in scena, perchè il lago è già interno ai personaggi, è già l'occhio interno. Se vogliamo, da un punto di vista scenografico, il lago si può individuare sotto i piedi degli attori, perchè abbiamo fatto un pavimento leggermente specchiante con un colore che tende al colore lacustre, per evocare più che altro una situazione stagnante. Ma fa parte di quell'idea di spostare il Gabbiano su un piano antinaturalistico».
Un altro elemento simbolico è quello della rappresentazione legata alla morte.
«Sì, dove c'è rappresentazione c'è morte, dove c'è casualità c'è vita. Tutti i personaggi tentano di idealizzare se stessi in un'autorappresentazione che però fallisce. Più hanno paura di morire più tendono ad autorappresentarsi. Ma la verità che sembra emergere per volontà di Cechov stesso, è che noi facciamo parte di un flusso altro che si muove a caso. La rappresentazione è un tentativo di controllare questo flusso».
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