Nella mente deglI Hikikomori
In scena una generazione che si isola e abbandona il mondo
MODENA. Hikikomori è il nome col quale in Giappone si definisce un fenomeno sociale molto preoccupante che colpisce i giovani, per lo più di sesso maschile, ovvero la tendenza ad estraniarsi dalla società, chiudendosi nella propria stanza per mesi, a volte anche per anni.
La non-azione, l'isolamento, l'abbandono riflettono la frustrazione che prova una generazione schiacciata dall'ansia prestazionale, dalle pressioni sociali imposte particolarmente dalla cultura nipponica.
Il fatto è però che le indagini sociologiche stanno rilevando una sempre più capillare diffusione di questo fenomeno anche in occidente, dove il termine "responsabilità" sta letteralmente aggredendo una gioventù che non sembra essere stata formata per affrontarla.
A questo problema è stato dedicato lo spettacolo che il Teatro Due propone negli spazi della Galleria Civica, "Hikikomori", appunto, scritto da Holger Schober e diretto da Vincenzo Picone.
In una stanza, disegnata da Mario Fontanini, che allo stesso tempo è nido e prigione il giovane H. si abbandona a una perpetua inazione, indifferente agli inviti, che diventano suppliche, della madre che cerca, dall'esterno, di scuoterlo.
Il solo contatto che gli resta col mondo è un'asettica chat internettiana che gli consente di essere senza essere, per non interrompere l'inconscia protesta costituita dalla resistenza a ogni stimolo, ad ogni aspettativa di una realtà esterna cui non sente di appartenere. Echi kafkiani compaiono nella descrizione di questa condizione esistenziale estrema che ricorda l'ascetismo di certi mistici medievali che rifiutavano il mondo fisico, l'esistenza compressa dentro a un corpo: che H., in effetti, trascura e mortifica privandolo delle cure e dei piaceri che la società contemporanea considererebbe come imprescindibili.
Proprio così, peraltro, si estrinseca la sua sottrazione alle pressioni esterne, la propria volontà di non arrendersi, di non cedere alla sofferenza perdendoci in dignità personale, come ben evidenzia l'interpretazione davvero convincente di Gianmarco Pellecchia, controbilanciata dall'angosciata incapacità di accettazione della situazione della madre, una brava Laura Cleri.
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