Sokurov dipinge un’elegia per l’Europa
In “Francofonia” il regista trasforma ogni immagine in un quadro
FRANCOFONIA di Aleksander Sokurov. Francia/Germania/Paesi Bassi 2015
Il siberiano Sokurov, nei suoi personalissimi film, predilige la manipolazione dell’immagine e del suono. In questo si allontana dal suo amico e mentore Tarkovskij, a cui lo legano invece il richiamo al classicismo, la contestazione della modernità, l’integrità morale e spirituale, la responsabilità in materia di destino storico della Russia, la mistica dell’umiltà. Sokurov fonde sistematicamente il documento e la fiction, il grottesco e il contemplativo. Da un lato, l’epifania del mistero, dall’altro, l’artificio della rappresentazione. Lunghi piani fissi, continui riferimenti iconografici e pittorici. Parallelamente, Sokurov tenta di occupare lo spazio che l’Europa ha sempre riservato alla spiritualità russa, quello spazio che venne liquidato dalla Rivoluzione. Da questo punto di vista, il “museo” diventa per lui un preciso punto di riferimento. Già in “Arca russa” aveva ripercorso trecento anni di storia russa attraverso le sale del Museo dell’Ermitage: il museo, evocando zar e zarine, nobili e servitori come altrettante mummie e spettri, diventava un mausoleo al quale il paese reale restava del tutto estraneo. Ora, il Louvre di Parigi, in questo “Francofonia” che lo riporta a Venezia quattro anni dopo il Leone d’Oro di “Faust”. Sokurov, al suo solito, non dirige, ma dipinge ogni singola inquadratura, come fanno Fellini o Lynch. I tesori del museo parigino, che nel film sembrano in pericolo sballottati su una nave in tempesta, gli servono non solo per una esplorazione tra arte e potere, uno dei suoi territori più cari, o per ripercorrere gli eventi storici del suo paese o dell’Europa. Rispetto ad “Arca russa”, infatti, c’è qualcosa di più, e di più ambizioso: rivendicare una spiritualità che trova tipica non più solo della Grande Madre Russia, ma ora dell’Europa tutta, di cui il Louvre diventa simbolo eterno. Infatti, l’eloquente sottotitolo “Un’elegia per l’Europa” scelto dal regista suggerisce il rimando al presente, non più solo al passato, di un Continente, Europa, unito formalmente ma diviso nella sostanza, ed evoca, anche attraverso i fantasmi del passato (il conservatore del Louvre Jacques Jaujard, il conte Franz Wolff-Metternich, che collaborarono per salvare durante l’occupazione nazista il patrimonio del Louvre), la possibile intesa tra Paesi e culture diverse. Il museo come scrigno della civiltà (sembra che Sokurov abbia ora intenzione di girare altri film al Prado e al British Museum). La sua ricerca estetica ha connotazioni sperimentali (anche dal punto di vista tecnologico: fu uno dei primi a usare la telecamera digitale) e sfocia in un’analisi metafisica del potere, della politica, della Storia (i film su Stalin, Hitler, Hirohito), in cui innerva anche quest’ultima sontuosa prova nella quale le dinamiche del conflitto si immergono, letteralmente, tra i capolavori della storia dell’umanità. Al solito, la macchina da presa si fa pennello anche per dipingere non solo i marziali Jaujard e Metternich ma anche personaggi surreali e grotteschi: la Marianna che guida il popolo, Bonaparte che si aggira a vuoto nel museo. Il film risulta un contenitore di documenti (Leningrado in macerie) e finti documenti (il collegamento Skype) al termine del quale risuona storpiato l’inno russo.
Dal film, l’Occidente è chiamato all’autoconservazione, e l’Europa a tornare una famiglia unita, storica e solida, alla cui base c’è la cultura, una cultura ora sballottata tra le onde.
Alberto Morsiani
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
