“Prova”, toni da nouvelle vague appesantiti da troppa staticità
MODENA. Avevamo già visto, lo scorso autunno, nell'ambito di Vie Festival, l'originale francese di “Prova” (“La Répétition”), lo spettacolo di Pascal Rambert in scena allo Storchi questo fine...
MODENA. Avevamo già visto, lo scorso autunno, nell'ambito di Vie Festival, l'originale francese di “Prova” (“La Répétition”), lo spettacolo di Pascal Rambert in scena allo Storchi questo fine settimana (oggi, h. 15,30).
Ne avevamo ammirata l'ottima interpretazione degli attori francesi, fra cui una splendida Emmanuelle Béart, ma avevamo anche rilevato l'eccessiva staticità della rappresentazione, un immobilismo che aveva sicuramente un valore provocatorio nei confronti del pubblico, ma che rendeva lo spettacolo una sorta di somma di monologhi la cui efficacia rischiava di disperdersi nel profluvio ininterrotto di parole. Ora, riproposto, con la produzione di Emilia Romagna Teatro, tradotto in italiano, “Prova” non ha sostanzialmente modificato l'impressione che avevamo avuto nell’ottobre scorso.
I quattro componenti di una compagnia teatrale - il regista, due attrici, il drammaturgo - interrompono il loro lavoro in sala prove perché una di loro esplode rigettando sugli altri un'infinità di considerazioni tra l'esistenziale e il filosofico suscitate, per la verità, dal fatto di aver intuito la passione nata tra il drammaturgo e l'altra attrice. Uno dopo l'altro ciascuno dice la propria, facendo emergere le peculiarità dei diversi caratteri, ed alla fine la compagnia si scioglierà, anche perché la separazione, l'impossibilità di conservare relazioni, di realizzare i propri sogni sembrerebbero il destino ineluttabile degli esseri umani. Tutto questo in una cascata di parole che tentano di ricomporre le macerie di una generazione che ha fallito, e ora vorrebbe invitare i giovani ad alzarsi, a scuotersi dal torpore che parrebbe avvolgere ognuno di noi.
Anche in questa edizione dello spettacolo gli attori sono bravissimi. Anna Della Rosa, Laura Marinoni, Luca Lazzareschi e Giovanni Franzoni raggiungono un'intensità, nella recitazione, che riesce a tenerti incollato alla poltrona, nonostante sulla scena accada poco o nulla, e le considerazioni di carattere sia generale che personale fatichino a ricomporre un vero pamphlet filosofico. Il vissuto, il presente e l'ipotetico futuro dei personaggi riemergono con valore emblematico ma pure con un po' di confusione, ricordando certa “nouvelle vague” cinematografica anni Sessanta, tipo “La Gaia Scienza” di Jean Luc Godard, con tanta minor capacità, tuttavia, di penetrazione negli animi, anche perché i tempi sono assai cambiati. Che Rambert coltivi un'esagerata nostalgia per quelle situazioni?
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
