Gazzetta di Modena

“The hateful eight”: il western diventa thriller

di Alberto Morsiani
“The hateful eight”: il western diventa thriller

Il film di Tarantino, ricco di citazioni, può essere letto come un ritratto dell’America contemporanea

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THE HATEFUL EIGHT di Quentin Tarantino Usa 2015

Se “Django Unchained” ibridava il western con il melodramma sudista, “The Hateful Eight” lo ibrida con il thriller in una stanza chiusa, a metà strada tra “Le iene” e l’Agatha Christie di “Dieci piccoli indiani”. Western classico e spaghetti si contendono anche qui la scena. Ma una importante ispirazione del film sembrano essere state anche le serie televisive western: “Bonanza”, “Il virginiano”, “Gunsmoke”. Un mucchio di cattivi ragazzi viene intrappolato in una stanza con una bufera di neve fuori. La macchina da presa si sofferma a lungo sul primo piano di un Cristo intagliato da un albero. Dopo aver indugiato, molto lentamente la macchina da presa si stacca dal Cristo per rivelare, alle sue spalle, e grazie alla stupefacente profondità di campo del 70 mm., la sagoma in lontananza di una diligenza che si avvicina facendosi strada in mezzo alla neve. Man mano che la macchina da presa si stacca dal Cristo, abbassandosi anche un po’, ecco che la diligenza si avvicina sempre più all’occhio dello spettatore. Nel sottofondo, risuona la musica epicizzante di Ennio Morricone. Quentin attua qui una sintesi folgorante: il Cristo di materiale povero è quello che incontriamo nei luridi pueblos dello spaghetti western. E poi c’è la diligenza. Una diligenza che non può che essere quella di “Ombre rosse”. L’innocenza del Ringo Kid di John Wayne non può però essere quella del maggiore Marquis Warren, anche se questi cita l’apparizione improvvisa di Ringo a bloccare la diligenza. Warren è infatti un bounty killer, nella scia degli Eastwood e Van Cleef leoniani, che ammazza le sue prede invece di consegnarle alla giustizia: l’innocenza americana è ormai perduta. Inoltre, è un nero, e introduce nel film il tema dei razzismi incrociati, nero vs bianco, sudista vs nordista. Tutti i personaggi del film sono in diversa misura dei reduci della guerra civile. La suspense si scarica nello spazio claustrofobico dell’emporio di Minnie, ennesimo luogo chiuso di Tarantino. Si chiacchiera e si discute, come in un western di Boetticher, in attesa della resa dei conti. Nella baracca, tutti i “tipi” eterni del western: il cacciatore di taglie, il cowboy, la puttana, il cocchiere, l’ex militare sudista, l’ex fuorilegge diventato sceriffo, il boia venuto dall’est, il messicano. Altrettante icone, archetipi, con cui Quentin gioca da par suo, intrecciando intrighi, trappole. Senza dimenticare la connotazione sessista del film, che potrebbe anche essere letto, non solo come metafora dell’America contemporanea in cui solo la violenza sembra rimanere come valore quantomeno discorsivo, ma anche come la storia del volto sempre più ammaccato e insanguinato di Daisy Domergue, dall’occhio nero iniziale fino alla cascata di sangue finale. E quel braccio fallico che lei sega per liberarsi dal cadavere di John Ruth…

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