Gazzetta di Modena

Allo Storchi di Modena "Il giardino" di Cechov

di Chiara Bazzani
Allo Storchi di Modena "Il giardino" di Cechov

Il regista Bacci spiega lo spettacolo. Messinscena totalmente bianca che congiunge simbolicamente palco con platea «Un dramma che riguarda tutti - dice - sul tema della consapevolezza»

3 MINUTI DI LETTURA





MODENA. «Siamo, in qualche modo, precari», afferma Roberto Bacci, regista de “Il giardino dei ciliegi” in scena al Teatro Storchi stasera e domani, 27 e 28 febbraio. «Lo spettacolo - commenta - parla della precarietà della nostra esistenza e del tipo di attitudine con cui ciascuno di noi considera questa precarietà. Cechov è straordinario perché ci mette davanti al dramma dell'abbandonare ciò che ci lega agli affetti, ai ricordi, alle memorie che abbiamo rispetto alla nostra esistenza; lo viviamo, molto spesso in maniera superficiale e non riusciamo a trasformare questo vissuto in consapevolezza del senso della nostra vita».

Lo spettacolo è in coproduzione tra Ert Fondazione, Fondazione Teatro della Toscana e teatro Nazionale Rumeno di Cluj Napoca, è in rumeno con sovratitoli in italiano. In scena quattordici attori e due musicisti, la maggior parte dei quali pluripremiati e con tempi comici perfetti, come prescrive lo stesso Cechov, in un grande “giardino” di petali di ciliegio su una scena completamente bianca.

Maestro Bacci, com'è stata la sua esperienza con il Teatro Nazionale di Cluj?

«Ho lavorato all'interno di un teatro bellissimo sempre pieno perché la cultura teatrale in Romania è molto sviluppata e il pubblico va a teatro. Un rumeno una volta mi ha detto: “io non vado a teatro in Italia perché ci sono persone vestite male”, nel senso che per loro il teatro è un rito, e le persone si vestono come una volta ci vestivamo noi per andare in chiesa alla domenica. Loro ci tengono molto al teatro perché è un elemento di identità nazionale, cosa che non avviene in Italia».

Mi sembra che la riflessione sul teatro, specialmente negli ultimi anni vada in questa direzione anche qui?

«Ma ormai in Italia il pubblico è più televisivo. Le abitudini credo che possano cambiare solo in peggio se non c'è consapevolezza. E per avere consapevolezza è necessario un grande lavoro su di sè, ma è un lavoro in salita, e di solito non accade, perché tutto tende a peggiorare».

A proposito di consapevolezza, lei ha detto che Cechov ci mette davanti alla inconsapevolezza del senso della nostra vita. In che modo?

«C'è un aspetto importante in questo dramma e che ci riguarda come individui, ed è il problema di come noi ci consideriamo, come un'eredità che passa di generazione in generazione, e come i ciliegi che vengono abbattuti dalla natura, veniamo tagliati dalla storia con la morte o dalle circostanze che viviamo. Questo è il dramma di una mancanza di consapevolezza. Quelli che ci sostituiscono, anche se poi comprano il giardino e lo abbattono per farci villette per villeggianti, in qualche modo avranno il nostro stesso destino. Quindi una generazione si sostituisce all'altra, un'economia si sostituisce all'altra, ma l'essere umano rimane con la propria inconsapevolezza come una specie di albero che deve essere comunque tagliato e che non riesce a cogliere il senso della propria esistenza».

La messa in scena è tutta bianca?

«La messa in scena è come un grande deserto bianco di petali di ciliegio, con un grande ponte che attraversa la platea e che in qualche modo è la strada che attraversa il giardino dei ciliegi nel testo, e che poi sarà venduto e distrutto per farci le villette per i villeggianti. Il pubblico, drammaturgicamente acquista dunque la posizione dei ciliegi stessi. In Romania, cosa che non possiamo fare in Italia per misure di sicurezza, tutta la sala era coperta di bianco, e anche al pubblico avevo chiesto di vestirsi di bianco. Era un'immagine meravigliosa».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google